Il razzismo è un fenomeno discriminatorio, dove si tende a presumere che una specifica razza sia portatrice di caratteristiche omogenee.
Da ciò ne deriva una automatica approssimazione, che sposta le diatribe tra individui in diatribe tra razze.
La politica, in quanto intrinsecamente basata sulla rappresentanza, è risultata la prima propagatrice di idee di stampo razziale, di facile presa sul pubblico medio che rappresenta la base del modello democratico.
Ma ovviamente il "razzismo" è un termine divenuto emblematico di un intero frame culturale, che vede il propagarsi di partiti e ideologie confezionate ad hoc per ogni colore, sesso, professione... persino squadra di calcio.
Come eliminare il razzismo?La risposta è semplice: eliminando il razzismo.
Non parlo di lotta al razzismo o di educazione alla parità, etc.
Questo infatti è ancora razzismo.
Affermare che "le donne sono come gli uomini" è decisamente un affermazione razzista.
Razzismo difatti non è solo parlar male di qualcuno in quanto diverso.
Il razzismo è rilevare qualcuno come diverso, per poi generalizzarne implicitamente le qualità.
Il razzismo è dunque un atteggiamento causato dalla medesima immaturità individuale che vede le persone fregiarsi di titoli o capi firmati, oppure sentirsi migliori perché più giovani, o più saggi perché anziani.
Razzista è colui che presume di possedere determinate qualità perché appartenente ad un specifica categoria.
Razzista è turista quando parla dei sardi, ed il sardo quando parla dei turisti.
Razzista è il giovane che ironizza sui "buongiorno" delle persone di mezza età, come l'anziano che presume la propria saggezza dall'età anagrafica.
Razzista è il prete che si presume più vicino a Dio, come lo è il materialista che vede "bufale" galoppare dietro ogni riflessione filosofica.
Razzista è la moda che propone ogni giorno nuove "razze" in cui identificarsi.
Il razzismo è quindi una conseguenza dell'etichettare.
Il labelling è una di quelle osservazioni sociali comparse attorno agli anni 70 e mai seriamente considerate, in quanto contrarie agli scopi commerciali, che appunto si basano sull'induzione di bias cognitivi centralizzati su marchi e ideologie.
"Il focus di questi teorici è sulle reazioni dei membri della società al crimine e alla devianza, un focus che li separava da altri studiosi del tempo. Questi teorici hanno dato forma alla loro argomentazione sul concetto che, anche se alcuni sforzi per ridurre la criminalità prevedono di aiutare l'autore del reato anziché etichettarlo (come gli sforzi di riabilitazione), possono invece indurre l'individuo ad avvicinarsi di più alla vita criminale a causa dell'etichetta che implicitamente gli assegnano"
[https://www.britannica.com/topic/labeling-theory]
La stessa etichetta "razzista" è ovviamente una forma di razzismo. Essa separa gli individui in "razzista" o "antirazzista" non in ragione dei fatti, ma attraverso il riconoscimento di elementi esteriore presuntamente indicatori.
In molti Paesi si stanno sviluppando forme di razzismo grave nei confronti di chi porta un certo tipo di cappello, tipico di una certa fazione politica, oppure una determinata pettinatura, tipica di una "razza" culturale differente e reputata inferiore.
Gli individui provvisti di sufficiente maturità non amano le etichette. Non amano presumere la qualità di un cibo dal marchio, o la qualità di una persona dai vestiti.
Ma non è una novità che in una comunità chiusa la maturità individuale è prerogativa di pochi individui, cui spontaneamente la comunità affida le scelte più importanti per il benessere ed il miglioramento della comunità stessa.
La situazione agli inizi del terzo millennio è molto differente, ed ha visto l'affermazione di una nuova macrocomunità culturalmente omogeneizzata.
In tale macrocomunità agiscono le medesime leggi sociologiche, ed il ruolo del "saggio autorevole" è delegato ai mass-media (mediatori di massa) o main-stream (fonti principali di informazioni).
Ovviamente esistono anche pregiudizi inconsci, ben conosciuti dalla criminologia e dalle scienze sociali.
Il marketing in particolare ama utilizzare questi pregiudizi presenti nella maggior parte del pubblico, per indurli in identificazione e far loro desiderare il prodotto.
Sono infatti conosciuti da decenni i cosiddetti "status symbols", ovvero elementi esteriori di cui fregiarsi per essere riconosciuti come appartenenti a stati sociali desiderabili.
Agli inizi del secolo questo meccanismo era già ben conosciuto. Vedasi in proposito la definizione di Consumo Cospicuo:
"Il consumo cospicuo è la spesa di denaro e l'acquisto di beni e servizi di lusso per mostrare pubblicamente il potere economico del reddito o della ricchezza accumulata dell'acquirente. Per il consumatore tale dimostrazione pubblica di potere economico discrezionale è un mezzo per raggiungere o mantenere un determinato status sociale . [1] [2]
Lo sviluppo della sociologia del consumo cospicuo di Thorstein Veblen sfociò nel termine consumo insidioso - il consumo ostentato di beni che ha lo scopo di provocare l' invidia di altre persone - e il termine vistosa compassione - l'uso deliberato di donazioni di denaro a scopo benefico al fine di accrescere il prestigio sociale del donatore, con un'esposizione di status socio-economico superiore."
[https://en.wikipedia.org/wiki/Conspicuous_consumption]
Purtroppo la mancata considerazione delle ipotesi di lavoro dei sociologi dei decenni passati ha portato ad una istituzionalizzazione dei razzismi, ed al fraintendimento cronico dei significati.
Oggi la persona media è difatti erroneamente indotta a credere che parlando contro il razzismo, stia operando contro la sua diffusione, verso una società priva di razzismo.
Niente di più errato.
Affermare che una determinata razza sia "inferiore" oppure affermare che tale razza sia "come noi" è perfettamente e ugualmente razzista, in quanto si basa prima di tutto sull'evidenziare la distinzione.
Molte aziende scelgono la loro sede in ragione dell'immagine che ne deriva agli occhi del pubblico.
Pochi accetterebbero un cibo biologico cinese, oppure un consiglio psicologico da un parcheggiatore.
Ma il razzismo al contrario è oramai istituzionalizzato. Basti pensare che le assicurazioni RCA (obbligatorie) fanno pagare premi più alti a giovani, napoletani, e... maschi (sia etero che omo).
https://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/napoli/cronaca/17_settembre_19/assicurazioni-auto-record-aumenti-campania-napoli-polizze-mille-euro-d0dfb05a-9d22-11e7-8810-4c05e7da03e2.shtml
I media, nel loro linguaggio sempre più semplificato, ovvero studiato per le fazioni meno provviste di cultura generale e senso critico perché più numerose, stanno abbassando la qualità della comunicazione.
Il decadimento qualitativo è inevitabile all'aumentare della quantità. E' un fatto alla portata di tutti, ma appunto considerato da pochi.
L'Italia in questo non è in buona posizione, ed i consumatori sono esposti a continui abusi in ragione delle lassitudini normative e di controllo.
https://ilfattoalimentare.it/coca-cola-zero-ciclammato-edulcorante-vietato-usa.html
Se vogliamo eliminare il razzismo, è necessario eliminarlo veramente, ovvero eliminare il senso stesso del pregiudizio razziale tra i nostri criteri valutativi PERSONALI.
L'errore non è infatti considerare i giovani differenti dagli anziani, oppure le donne differenti dagli uomini, o il colore bianco differente dal nero.
Il colore bianco è differente dal colore nero, e questo non può e non deve essere ignorato.
Le persone che si vestono di nero, o che di nero hanno la pelle, non è però detto che siano tutte uguali tra loro, è chiaro?
Però ricordiamo che dipende da noi!
Se decido di indossare un abito nero per "sentirmi nero", ovvero lo uso come simbolo dietro il quale mascherare la mia persona, sono un immaturo.
Solo ciascuno di noi intimamente può conoscere il perché delle proprie scelte.
Imparare a farlo è il miglior modo di far si che il razzismo scompaia.
Dobbiamo concentrarsi sulla persona, e non sul personaggio.
Il razzismo è stato inventato da persone stupide e superficiali, che trovavano più semplice usare le etichette per giudicare le persone.
Il pregiudizio oggi è diventato ufficiale. Persino le normative impongono un differente trattamento tra uomini e donne, omosessuali ed eterosessuali, abili o diversamente abili, giovani e anziani.
La discriminazione si è insinuata vestita di santità, grazie all'immaturità dolosa della popolazione media.
Le normative oggi riflettono il razzismo istituzionale.
Se le persone stupide l'hanno propagandato, sono sempre le persone stupide ad alimentarlo.
Non siate stupidi: imparate a guardare la persona, a giudicare le cose con la sacra libertà del vostro senso critico. Sbagliare consente di migliorare, ma per sbagliare occorre fare scelte in autonomia.
Se dunque vogliamo VERAMENTE realizzare una società senza razzismo, è necessario omettere l'utilizzo di ETICHETTE di stampo discriminatorio.
Se valutassimo un opinione senza considerare le etichette saremmo già a buon punto.
L'antirazzismo non è il contrario del razzismo, ma del pro-razzismo.
Il razzismo è stato inventato dagli stupidi. Facciamo sì che le persone intelligenti lo cancellino.
















