Ne ho viste un po' di cose strane; ho visto vegani ostentare pizza alla salsiccia adducendo motivazioni basate sulle nuove forme di "veganismo filosofico"...
Ora ascolto Beppe Grillo (intervista corriere della sera), e ciò che ne emerge è:
- le persone non sono tutte uguali, e non hanno uguali esigenze per vivere bene (poco comunista)
- "nazista" significa cattivo, e chi lo nega è fuori in quanto nemico del movimento (molto comunista)
- la persona al centro (poco comunista)
- tassare solo i consumi (molto comunista)
E così via.
Il suo pensiero sembra ubicarsi altrove; in quell'altrove che ospita solo uno sparuto gruppo di persone che possano pensare con la loro testa.
Resta tuttavia il problema politico: la democrazia si regge sul consenso di massa.Così nel tentativo di proporre modelli di governo in grado di produrre consensi, assume un comportamento schizofrenico.
Non è forse un caso la scelta del suo ultimo soggetto teatrale: Grillo vs Grillo.
Lui suggerisce altre interpretazioni; quella del dissidio tra comico e politico, e quella tra persona e personaggio pubblico.
Quest'ultima diventa a mio avviso cruciale.
Mi ricorda alcune mie vecchie lezioni, dove descrivevo la sensazione del "guru", bloccato all'interno dell'involucro comportamentale (personaggio) proiettatogli contro dal pubblico di detrattori e proseliti.
Eckhart Tolle ad esempio è emblematico in questo. Il suo comportamento è privo di "rift". Non ha incrinature, quelle incrinature, quelle imperfezioni, che Grillo lamenta come asfissianti all'interno del suo ruolo politico, dove è il personaggio ad avere veramente un ruolo, non la persona.
Proprio quest'assenza di pecche nella "reputazione", che la politica considera essenziale, assume agli occhi di grillo il ruolo di un freddo inquisitore, dove la persona non ha la possibilità di sperimentare la propria esistenza rivendicando il proprio ius vitae di errare, talvolta.
Ma proprio questa reazione lo rende più umano dell'umano comune, che in tali meccanismi suole sollazzarsi: religioni, servilismi, dogmi sociali, fanatismo ideologico, arrivismo...
Se quindi il suo è comunismo, non è certo il comunismo accademico.
Ma in questo caso l'espressione mi pare cadere bene; forse siamo di fronte ad un fenomeno sociale e culturale globale, dove l'uomo e la donna guardano altrove rispetto agli scopi esistenziali proposti inerzialmente da un mondo avviato alla rovina.
Nuovi scopi che sembrano strizzare l'occhio all'esistenzialismo di José Mujica, dove il lavoro inizia ad apparire come elemento astratto, secondario agli scopi della vita.
Siamo di fronte alla nascita di un neo-comunismo filosofico, dove comune non è la parte materiale, bensì la parte astratta. Lungi dall'evocare Hegel, questo neo-comunismo filosofico implicitamente invalida la massa come governatore imparziale e democraticamente "giusto".
Lo sperimentare la vita assieme procede dalla constatazione della centralità di se stessi nel mondo, per poi considerare responsabilmente la conoscenza di se e della realtà circostante come strumento per la determinazione di modelli sociali armonici.
Anche se il salto è lungo, in questo vedo la storia dimenticata delle società gilaniche; la scoperta delle società gilaniche è dovuta alla famosa archeologa Marija Gimbutas, seguita dall'antropologa Riane Eisler, sua erede culturale. Marija Gimbutas è stata colei che ha coniato il termine 'gilan', che deriva dall'unione di 'gi' + 'an', abbreviazioni dei termini greci giné (donna) e andros (uomo). La lettera 'elle' in mezzo ha due importanti significati:
1) il segno fonetico greco leyin/lyo che vuol dire 'liberare'.
2) segno di unione culturale e ideale tra i due sessi.



