giovedì 21 aprile 2016

IL COMUNISMO FILOSOFICO DI BEPPE GRILLO


Ne ho viste un po' di cose strane; ho visto vegani ostentare pizza alla salsiccia adducendo motivazioni basate sulle nuove forme di "veganismo filosofico"...

Ora ascolto Beppe Grillo (intervista corriere della sera), e ciò che ne emerge è:
- le persone non sono tutte uguali, e non hanno uguali esigenze per vivere bene (poco comunista)
- "nazista" significa cattivo, e chi lo nega è fuori in quanto nemico del movimento (molto comunista)
- la persona al centro (poco comunista)
- tassare solo i consumi (molto comunista)
E così via.

Il suo pensiero sembra ubicarsi altrove; in quell'altrove che ospita solo uno sparuto gruppo di persone che possano pensare con la loro testa.

Resta tuttavia il problema politico: la democrazia si regge sul consenso di massa.

Così nel tentativo di proporre modelli di governo in grado di produrre consensi, assume un comportamento schizofrenico.
Non è forse un caso la scelta del suo ultimo soggetto teatrale: Grillo vs Grillo.

Lui suggerisce altre interpretazioni; quella del dissidio tra comico e politico, e quella tra persona e personaggio pubblico.

Quest'ultima diventa a mio avviso cruciale.
Mi ricorda alcune mie vecchie lezioni, dove descrivevo la sensazione del "guru", bloccato all'interno dell'involucro comportamentale (personaggio) proiettatogli contro dal pubblico di detrattori e proseliti.
Eckhart Tolle ad esempio è emblematico in questo. Il suo comportamento è privo di "rift". Non ha incrinature, quelle incrinature, quelle imperfezioni, che Grillo lamenta come asfissianti all'interno del suo ruolo politico, dove è il personaggio ad avere veramente un ruolo, non la persona.
Proprio quest'assenza di pecche nella "reputazione", che la politica considera essenziale, assume agli occhi di grillo il ruolo di un freddo inquisitore, dove la persona non ha la possibilità di sperimentare la propria esistenza rivendicando il proprio ius vitae di errare, talvolta.

Ma proprio questa reazione lo rende più umano dell'umano comune, che in tali meccanismi suole sollazzarsi: religioni, servilismi, dogmi sociali, fanatismo ideologico, arrivismo...

Se quindi il suo è comunismo, non è certo il comunismo accademico.

Ma in questo caso l'espressione mi pare cadere bene; forse siamo di fronte ad un fenomeno sociale e culturale globale, dove l'uomo e la donna guardano altrove rispetto agli scopi esistenziali proposti inerzialmente da un mondo avviato alla rovina.
Nuovi scopi che sembrano strizzare l'occhio all'esistenzialismo di José Mujica, dove il lavoro inizia ad apparire come elemento astratto, secondario agli scopi della vita.

Siamo di fronte alla nascita di un neo-comunismo filosofico, dove comune non è la parte materiale, bensì la parte astratta. Lungi dall'evocare Hegel, questo neo-comunismo filosofico implicitamente invalida la massa come governatore imparziale e democraticamente "giusto".

Lo sperimentare la vita assieme procede dalla constatazione della centralità di se stessi nel mondo, per poi considerare responsabilmente la conoscenza di se e della realtà circostante come strumento per la determinazione di modelli sociali armonici.

Anche se il salto è lungo, in questo vedo la storia dimenticata delle società gilaniche; la scoperta delle società gilaniche è dovuta alla famosa archeologa Marija Gimbutas, seguita dall'antropologa Riane Eisler, sua erede culturale. Marija Gimbutas è stata colei che ha coniato il termine 'gilan', che deriva dall'unione di 'gi' + 'an', abbreviazioni dei termini greci giné (donna) e andros (uomo). La lettera 'elle' in mezzo ha due importanti significati:
1) il segno fonetico greco leyin/lyo che vuol dire 'liberare'.
2) segno di unione culturale e ideale tra i due sessi.




 

mercoledì 20 aprile 2016

IL RISPETTO - Cos'è? Esiste veramente o è un invenzione dell'Ego?

La parola "rispetto" piace molto, è facile, versatile, universalmente in grado di mettere a tacere... in uso ai savi come agli stolti...
Cos'è il rispetto?

Prima di tutto il significato della parola "rispetto"; e qui i vocabolari sono tanti quante le forme mentali del mondo.


Rispètto (ant. respètto) s. m. [lat. respĕctus -us «il guardare all’indietro; stima, rispetto»].

[TRECCANI]

Per quanto ne so l'origine della parola poteva voler dire tutt'altro rispetto a quanto si possa penetrare con un indagine etimologica, classica, ovvero basata sulle fonti accreditate... poteva significare "prendi coscienza dei reali scopi dell'altra persona" durante una contrattazione, oppure "prendi coscienza delle conseguenze causali" in ambito filosofico-spirituale!


Ma il vocabolario è solo parte delle funzioni relazionali del campo che lo include. La comunicazione verbale è già di per se un rito di sintonizzazione del campo.

E il campo individuale?

Il campo individuale è a sua volta la risultante dell'attività cosciente dell'Ente, cosa estremamente rara, rendendo l'esistenza di un campo veramente individuale simile ad un mito.

Al pari di "io sono", "a me piace", "io credo che..." eccetera, il campo di una persona comune è la conseguenza dell'attività variamente programmata dell'Ego.

Filosoficamente "Ego" è solo la componente individualizzante della mente informatica, non anche la sua funzione. Se la gerarchia interiore fosse corretta, le funzioni della mente informatica non determinerebbero il nostro senso di identità, e conseguentemente non tenderebbero a congelare ogni cosa in una regola - come appunto viene comunemente ridotto il rispetto.


Porterei la riflessione su un altro piano: il rispetto può essere insegnato?


Io non credo sia insegnabile; la bontà neppure. Nei confronti del nostro prossimo possiamo solo togliere, non mettere. Quando aggiungiamo, adulteriamo ulteriormente, coinvolgendoci inoltre col karma individuale e collettivo.


Il rispetto ontologico non può essere insegnato, in quanto non riconducibile ad un mero "fare", mentre il rispetto funzionale si, ma è una regola, e come tale possiamo scriverla come vogliamo e sarà autoreferenziante.

Tipo: "guarda quel nero, cammina tranquillo in mezzo alla piazza, che sfacciato" (anni 20 Stati Uniti... quando lanciavano pietre per strada a Yogananda, nonostante fosse già amico del Presidente).

Il rispetto ontologico, al pari dell'amore, appartiene al regno dell'Armonia.

Ma l'armonia è qualcosa che compete l'Eterno, non il temporaneo; la mente informatica non può afferrarla. Esiste dunque una funzione della mente informatica che rende l'individuo incapace non di fare, ma di avvertire, lo stato armonico (allineamento col dharma). 

Le azioni che conseguono da una condizione di allineamento racchiudono giocoforza le qualità dell'Essere. Esse possono tuttavia essere fraintese, o persino criminalizzate, viste al contrario, giacché globalmente la misura di cosa è buono e cosa è cattivo dipende dalla programmazione locale (funzioni di campo) della mente informatica

Il problema dell'adulterazione è difatti frequente.

La parola "rispetto" viene maggioritariamente usata per ingenerare biasimi verso qualcuno che ha contravvenuto a qualche regola comportamentale "Tizio non rispetta gli animali" - magari perché non gli taglia i testicoli, o perché non gli somministra farmaci o vaccini di tutt'altro che universalmente conclamata utilità - "Caio non rispetta le culture altrui" - magari perché costringono una donna a cavarsi il clitoride con una vecchia forbice - insomma, per non incorrere in adulterazione, occorre sviluppare un alto livello di auto-coerenza.

domenica 10 aprile 2016

AZIONE E NON-AZIONE - gli affascinanti quanto imprevisti risvolti


Oltre la prima apparente separazione tra l'agire e lo stare fermi, ove infatti in entrambi i casi si produce un risultato, determinando un non-senso filosofico, vi è la chiave TAO.
Se ogni cosa è dunque azione, cosa invece è una "non-azione" o atto di Intento?

Immaginiamo un azione. Cosa caratterizza "un azione"?
In senso esoterico potremmo definire un azione come un atto di volontà cosciente, o meglio ancora un atto volontario consapevole volto ad alterare lo stato del TAO in un dato momento.

In ogni istante le forze taoiche mostrano un particolare equilibrio, o squilibrio, verso Yin o verso Yang. Ogni cosa in ogni istante esiste in quanto convergenza di forze.

Ogni punto spaziotemporale giace in relazione taoica con gli altri infiniti punti, e da tale relazione ne conseguono la sua natura ed il suo movimento evolutivo o involutivo.

Un utile riflessione consegue dal considerare le qualità di una qualsiasi azione.
In particolare, si tratta di un azione "utile"? "Piacevole"?
Utile e/o piacevole?
Talvolta un azione è solo piacevole, e per contro persino dannosa (contro-utile).



So osserviamo una qualunque azione, compresi gli eventuali momenti di relax o inattività, possiamo facilmente intuirne le conseguenze, e soppesarne vantaggi e svantaggi, presumendone il livello di utilità.
Possiamo notare che questo tipo di valutazione è basata necessariamente sull'immaginazione.
Si costruiscono ipotesi circa il potenziale futuro basandole su [forzatamente] equivalenti impressioni e ricordi del passato.

Ma se il criterio dell'utilità sembra rispondere a delle meccaniche della mente informatica, dell'ego, cosa ne diciamo del "piacere"?

Per comprendere questo lato, credo sia utile prima di tutto osservare la differente qualità temporale dei due tipi di azioni (piacevoli, utili).

Le azioni piacevoli esauriscono i loro scopi semplicemente effettuandole. Sembrano competere i reami del momento presente.Assaporare un cibo, ricevere un massaggio, cantare...

Le azioni utili presentano sempre una lunghezza temporale, una separazione tra l'istante dell'azione ed il realizzarsi dello scopo prefisso, sebbene talvolta questa lunghezza è limitata ad un frammento di secondo.
Pulire il piano della cucina, essere gentili con il capo, portar fuori la pattumiera, concentrarsi sul problema...

Quando pertanto rinunciamo ad un azione piacevole (restare a letto dopo il driiin) per compierne una utile (giù dal letto!), barattiamo il presente per il futuro.

Questo dovrebbe farci riflettere, tuttavia dobbiamo andarci con prudenza. Se infatti riflettiamo meglio, possiamo notare che anche le azioni piacevoli sono potenzialmente basate sulla nostra programmazione derivante dalle impressioni passate.

La situazione che ne deriva è simile ad una nave governata da due capitani conflittuali, le cui bussole sovente dirigono in direzioni differenti, e solo saltuariamente indicano quella corretta.

Quando convergono, appare armonia, anche se in questo caso dovremmo chiamarla "armonia relativa".

Se ciò che stiamo facendo ci piace, e nello stesso tempo determina un utilità, tutto ci sembra perfetto.
Se l'insieme totale delle nostre attività nella vita presentano questa sincronia, la nostra vita ci parrebbe parimenti perfetta.

Ma sappiamo che non è questa la situazione.

Esistono poi strategie di sopravvivenza, attuate dalla psiche, nel tentativo di "equilibrare l'equazione"... si tratta della risposta di adattamento della mente informatica.

Anch'essa adotta il criterio della ricerca della felicità, sebbene non possa che fare, di quest'ultima, un ulteriore costante assoluta.

Fra le strategia di sopravvivenza possiamo includere alcune moderne filosofie para-advaita, dove "nulla esiste" e "tutto è uguale" pertanto "tutto è perfetto".
In questo caso delle specifiche parti della psiche vengono "liquefatte", affinché non presentino alcuna reattività agli accadimenti che investono le altre parti della psiche.
Ne risulta una sensazione interna, ed anche comportamenti esteriori, equivalenti a quelli che probabilmente competerebbero un mastro del TAO autorealizzato.
Ma il gusto di un cibo non è "il cibo", ed il rumore del mare non è "il mare"...

Siamo quindi alla ricerca dell'Armonia Assoluta.

Continuando ad osservare l'universo relazionale, definiamo allora il suo opposto: la disarmonia è prima di tutto caratterizzata dalla presenza costante del "contrasto".
La misura del contrasto è inversamente proporzionale a quella dell'armonia.

Non sto evidentemente parlando degli innumeri, piccoli e grandi, contrasti relativi, ma del contrasto assoluto; quel suono afono della vita che troppo spesso si avverte, risultanza del simultaneo avvenire di contrasti relativi che, globalmente, appaiono disarmonici, dissonanti.

Ciascun elemento psicologico o Ego possiede differenti misure di cosa è piacevole e cosa no, e differenti scopi utili da raggiungere.
La sua presenza produce influenze taoiche, contrasti tra valori yang che suonano specifiche note.

Ma quando la musica della vita muta in armonia? Qual'è il nostro filo dell'armonia, qual'è il nostro Dharma?

Rispondere a tale domanda sarebbe un errore. Ogni risposta porterebbe alla riduzione dell'assoluto al relativo. Questa domanda resterà l'ultima di quelle che hanno sospinto la nostra esistenza iniziatica, e forse la scoperta che la risposta coincide con la domanda determinerà la realizzazione del TAO.

La coscienza ci impone però di celebrare l'esperienza di vita ricercandone la risposta, dunque possiamo usare questa riflessione per evidenziare una terza tipologia o qualità di azione: l'azione armonica.

L'azione armonica è quell'azione che cavalca il Dharma, che si pone Yin (non azione) o Yang (azione) in modo da determinare una combinazione di stati taoici che globalmente danno luogo ad armonia assoluta.

Questa è la non-azione che caratterizza il non-fare.

Il non-fare è l'agire dell'iniziato, colui che cavalca il Dharma.