Guidare un furgone, servire un "cuba libre" molto carico, realizzare un "cappotto termico", dipingere, avvitare e aggiustare, guidare il furgone, telefonare, fare l’inventario dei fornitori, vendere il bilocale di via grassi… queste sono cose che facciamo tutti i giorni.
Queste sono cose che potrebbe fare una macchina. Sono attività che potrebbero essere svolte da un sofisticato computer.
Qualcuno potrebbe dire: è giusto che sia così. Noi siamo anche macchine, abbiamo anche, nella nostra natura, la capacità di apprendere automatismi. Quindi è giusto che un’azione quotidianamente ripetuta, venga gestita da quella parte di noi che vive appunto di automatismi.
Qualcuno potrebbe pensare questo, che sia giusto così, che non è di nessuna utilità sovrintendere con la coscienza ogni singolo istante, mentre vado a consegnare colli con il furgone… può darsi che sia così, che sia giusto; ma certo è pure che gli istanti della nostra vita vissuti in automatismo, sono la maggioranza.
E’ colpa del sistema?
E’ colpa di necessità contingenti? E’ colpa della politica, o di mio padre, di mia madre… sarà quel che sarà, ma il fatto è che trascorriamo la maggioranza dei nostri istanti, dei nostri ottimisticamente 70/80 anni di vita, sotto il controllo dell’automatismo.
Ma mentre l’io automatico agisce, vive, controlla il corpo, noi dove siamo?
L’Essere, dov’è?
Perché, se ci rendiamo conto che in questi istanti di pilota automatico, l’essere è dimentico di sé, allora dovremmo prendere atto che la maggioranza della nostra vita la trascorriamo in assenza di noi stessi.
Si trascorre il tempo rotolando, come se lo scopo di vita sia di arrivare da qualche parte… ma sappiamo tutti qual è l’unica destinazione certa: l’arrivo stesso, la fine dell’esperienza, la morte, la cessazione di questa “possibilità”.
L’automatismo esercita un forte fascino di “riposo”, di sonno… un attraente torpore per la consapevolezza.
Entrare nell’automatismo, apparentemente, sembra essere la soluzione per riposarci. Ma quando una persona è stanca di vivere, curiosamente usa lo stesso termine: “riposo, riposo eterno”; per definire proprio il termine del viaggio...
Sembra quindi che una parte di noi, nello scegliere istante per istante l’automatismo al posto del vivere cosciente, sembra quasi voglia anticipare a ORA la fine del viaggio, farla finita subito, dormire… dimenticare… sognare…
Ma il sogno continua; noi quando siamo ”in automatico”, siamo sovrappensiero; questo termine che si usa comunemente, ci vede dimentichi di noi stessi, e mentre accade, e deleghiamo all’io-macchina l’onore di sovrintendere a questa esperienza di vita misteriosa e multi sfaccettata, quando deleghiamo all’automatismo, maestro della sintesi superficiale, dei luoghi comuni, delle etichette, dei pregiudizi, delle opinioni fatte, della condotta gregaria, quando deleghiamo a lui, scegliamo di morire, e sogniamo. Ci lanciamo sin da subito in quel sogno eterno che forse ci attende al termine di questo viaggio.
Ora, in questo momento, se scelgo l’automatismo, scelgo il sogno, scelgo l’incoscienza.
E i segnali provenienti dal profondo di me, dall’inconscio, proietteranno allegoriche figure nella mia mente, torturandomi ed intrattenendomi con elementi che non appartengono a questo momento presente, perché in questo momento presente io non ci sono, in questo momento è il robot a vivere la mia vita… quindi in questo momento presente io non vedo la mia vita, e nel sogno la coscienza dorme guardando il futuro, a volte temendolo, fantasticando, ricordando il passato, struggendosi per cosa è stato fatto e non doveva accadere, struggendosi per quello che avrei dovuto fare tanto tempo fa, che è stato foriero di tante presunte conseguenze… tutto questo meccanismo non è il meglio dell’essere umano!
Alcune persone, non la maggioranza forse, ma molte persone, in maniera più o meno marcata, in misura della loro forza, del loro potere, della loro energia potenziale, scelgono spesso durante il giorno di essere li. Si risvegliano durante un sogno, che è la vita, si risvegliano e vogliono viverci dentro!
Vogliono prendere il controllo del robot umano, e sperimentarne le sensazioni. E li, nel momento presente, che le emozioni saranno quindi relazionate con un fatto reale.
E i pensieri, matrice e direzione della nostra energia, andranno a proiettare il nostro potere sul momento presente, che è la porta per creare il mondo stesso, o per distruggerlo.
Questo potere normalmente viene anch’esso delegato ad un automatismo. E così troviamo che il robot proietta nella nostra vita le sue stupide angosce, i suoi inutili timori, i suoi desideri senza futuro.
Il robot non sa adattarsi; il robot ha una forma e accetta solo quella; qualsiasi cosa che si presenti a lui e non coniughi con la sua forma, lui la rifiuta, soffre per il contrasto che ne deriva, lotta e usa le sue energie, le nostre energie, per piegare il mondo e le persone a se.
Non è dotato della virtù dell’adattabilità, mentre la coscienza sarebbe in grado di celebrare ogni singola cosa che ci si presenta, dandogli il giusto valore: quello di un esperienza. Esperienza che non può essere migliore o peggiore di altre, dato che per la coscienza non esiste un parametro relativo, ma solo un parametro assoluto: esistere, espandere, cercare di ampliare ancora quello che da chissà quanto tempo, ciascuno di noi come individuo è riuscito a fare.
Saranno innumeri vite che cerchiamo la stessa cosa, ripetiamo gli stessi percorsi, facciamo la stessa strada di casa, senza mai arrivarci a causa di errori che ogni volta dimentichiamo; e delegando all’automatismo perdiamo la bussola, perdiamo l’orientamento nuovamente, nello stesso punto, nello stesso bivio, conservando inconsciamente il ricordo di un fallimento, di un errore fatto.
Tutti noi sappiamo che l’ego non conosce la verità. Però noi pensiamo con la sua di testa, e la maggioranza delle volte, lui decide di aver ragione, e ci convinciamo che la scelta giusta sia dormire.
Qui in questo istante io posso fare appello alla mia energia, quella che mi è stata data per fare esperienza, per vivere questa esistenza; posso fare appello alla mia energia ed utilizzarla per lo stesso scopo per il quale mi è stata data: per fare esperienza.
Stando qui, prendendo il controllo, dell’istante presente.
Togliendolo all’automatismo, io celebro il Creatore, di qualunque cosa si tratti.
Io celebro la forza che mi ha portato qui; quella forza della quale io sono una piccola parte, quella forza che è fatta della stessa natura dell’energia che mi serve per stare sveglio…
Quel potere che ciascuno di noi ha, in maniera maggiore o minore, espande con Lui, con il Creatore.
Usiamo questo potere, usiamolo ponendo volontà nei nostri atti, nel momento presente. Ponendo volontà nella scelta di esserci, in questo istante, anche se sto guidando, mentre tocco un vassoio di metallo, mentre cammino lungo un pavimento sporco e un po’ umido del bar mentre cerco il tavolo n.15 per servire questo accidenti di cuba libre troppo carico!...
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Voglio tuttavia chiarire che con il termine "automatismo" ci si riferisce però, in questo caso, non all’automatismo del centro nervoso parasimpatico, del centro istintivo, del centro motorio programmabile, quella parte di noi che apprende a fare le cose ed è in grado poi di farle senza pensare, come guidare, o un arte marziale… la capacità istintiva di parare un colpo nella maniera giusta, e magari ritorcerlo contro l’avversario, evidentemente esula dal pensiero consapevole.
Non posso "riflettere" su questo tipo di attività. Il centro istintivo è una facoltà. Quella parte di automatismo, che equivale anche al camminare, è altra cosa.Il bambino apprende a camminare, ma non riflette su ciascun ordine mentale di alzare-spostare-poggiare il piede…
E’ il centro istintivo che se ne occupa. Esso si occupa, tra le altre cose, di digerire il cibo. Ci sono conoscenze di questo centro che sono esterne alla nostra volontà. Non possiamo attuarle volontariamente passo per passo.
Questo perché la parte consapevole è la parte più lenta, è la parte di questo mega computer olografico che processa i dati uno-per-uno; la mente razionale non sarebbe in grado di gestire simultaneamente migliaia di impulsi nervosi per mantenersi in equilibrio in bicicletta! Il centro istintivo quindi impara a fare questo, col tempo, perché il centro istintivo è in relazione con le parti non consce della nostra psiche, con l’inconscio.
Quello che sto suggerendo è che la coscienza si deve infiltrare in queste attività non interferendo con le attività stesse, ma come osservatore neutrale. Da qui possiamo anche comprendere il senso della cd “meditazione camminata”. Meditare mangiando, meditare camminando… il termine meditare in questo caso significa entrare in profondità nella cosa come osservatore, non come autore.
Sarebbe stupido pretendere di riuscire a sovrintendere ogni singola azione dell’apparato muscolare durante le nostre attività, e nel contempo gestire tutti i messaggi tattili interni ed esterni…
La mente di superficie non è in grado di processare un tale volume di dati. Senza la mente inconscia, non potremmo farlo.
Inutile quindi vantarci di riuscire a fare le capriole sui tappeti elastici! L’unico nostro merito è stato la perseveranza e, forse, una certa dose di creatività e fantasia… ma questo è altro argomento.
Pertanto il discorso non è da applicarsi all’azione, quanto alla consapevolezza del fatto.
Se ho imparato a fare il cappotto termico, e fare metri e metri di produzione, posso continuare ad avere la stessa prestanza, anche in meditazione. Forse all’inizio dovrò rallentare un po’, perché non abbiamo la capacità di osservazione e autosservazione allenata, ma direi che ne vale la pena.
Quindi, se mi metto ad osservare la mia attività, di solito tendo ad interferire con l’attività. Questo comporta una disarmonia, un inciampare in quello che faccio… un po’ come riflettere su come si pigiano i pedali durante la guida dell’auto. Se dovessi agire velocemente a causa di un problema, rischierei un incidente, in quanto non avrei i tempi di reazione rapidi necessari a salvarmi.
Osservare il fenomeno senza interferire è una facoltà superiore.
Tutti, qualche volta, l’abbiamo esercitata.
Da bambini si esercita di frequente; da adulti, qualcosa ci ha convinto che là dove siamo con l’attenzione, là dobbiamo interferire! Non è così, la prova più evidente è che la maggioranza delle attività più elaborate, veloci, specializzate e raffinate, non sono compiute sotto il nostro controllo, bensì sotto quello del centro istintivo.
Questo lo possiamo trovare in tutta la saggezza universale, dal vipassana sul respiro (lasciare che il respiro sia libero, ma osservandolo), alla concentrazione sul cuore, all’osservazione dei pensieri, all’arte di sognare (lasciare che il sogno si produca, e camminarci dentro; restare “fermi” e non interferire mentre il sogno si produce), alla concentrazione rilassata ma vigile degli atleti...
Così è come se io lentamente mi spostassi nel mio subconscio, è come se io un po’ alla volta acquisissi il diritto di penetrare un po’ più in profondità, e rendere un po’ più consapevole l’inconsapevole.
Spostando la soglia di coscienza verso l’inconscio, e riducendone la mole, aumento il mio livello di coscienza e consapevolezza, aumento la quantità e la qualità dei dati a mia disposizione in questo mondo, perché io, da osservatore neutrale, sono stato li a guardare quello che succedeva.
Questo vale per i pensieri, vale per quello che sto facendo come azioni, vale per le nostre emozioni. Quando leggiamo “le emozioni devono essere accettate, senza negarle”, questo equivale a non interferire. Negare la paura è come dire “non voglio questa paura, voglio che questa paura sia qualcos’altro”. Quindi nego la paura, sto tentando di interferire.Invece, osservare ci pone in una posizione in cui non siamo più toccati dal problema; siamo osservatori neutrali, osserviamo la nostra paura, le nostre emozioni, i nostri pensieri, e la nostra vita, guardando con gli occhi di Dio; del nostro Essere, del nostro Dio interiore, che è formato appunto della stessa sostanza che ci ha dato la vita, che ci ha donato l’esistenza per fare esperienza.
“Io vedo, io non ho paura”