Chiarisce perfettamente la patologia dissociativa della massa, patologia che non stupisce stia facendo tanti danni...
Il "filosofo" sembra suggerire, ovvero predica, una visione dove MORALMENTE sia necessario essere tolleranti verso qualcosa e non tolleranti (dunque intolleranti) verso qualcos'altro.Per distinguere ciò che SI DEVE TOLLERARE (l'obbligo è l'altra faccia della medaglia dell'intolleranza) da questo qualcos'altro che NON SI DEVE TOLLERARE, il filosofo ci illumina con il distinguo "ciò che predica intolleranza non va tollerato".
Dunque grazie a questa visione ci sentiremo giustificati ad essere intolleranti verso determinate posizioni ideologiche, che però nel senso non possono che comprendere anche la propria.
L'intolleranza non va infatti confusa con la reazionarietà, o men che meno con la sana autoconservazione, individuale e collettiva!
L'intolleranza è definita come l'incapacità di tollerare:
"TOLLERANZA: dal latino: toleràre, forma durativa di tòllere sollevare. Quindi, sostenere, tenere sollevato, sopportare."
Testo originale pubblicato su unaparolaalgiorno.it: https://unaparolaalgiorno.it/significato/T/tolleranza
Dunque l'intolleranza è una sopravvenuta incapacità di sopportare qualcosa.
NOTA: Queste tendenze umane sono sacrosante e utili quanto i loro opposti polari, che potremmo individuare nella pulsione progressista e rivoluzionaria (opposta a quella reazionaria e conservatrice), e nell'audacia (opposta alla prudenza auto-conservativa).
Oggi però l'intolleranza si suole definire come: atteggiamento abituale di chi avversa totalmente le opinioni altrui, specialmente in materia religiosa e politica.
Notiamo che tale definizione suona alquanto forzosa. Difatti così espressa sembra più riferirsi al concetto di "estremismo" politico o religioso. Quando infatti una posizione ideologica viene mantenuta in forma assolutistica ("...avversa totalmente..."), denota fanatismo, che porta all'integralismo ed all'estremismo.
Pacificatore il dizionario del Corriere della Sera, che abbraccia entrambi i significati evidenziandone la dissonanza: http://dizionari.corriere.it/dizionario_italiano/I/intolleranza.shtml
Parimenti, il nostro filosofo (non greco, evidentemente) fraintende il significato di paradosso con quello di bispensiero orwelliano, oggi appunto ascrivibile alla dissonanza cognitiva patologica:
dal greco: para [contro] doxa [opinione] (comune).
"Formidabile destriero del pensiero, il paradosso, riscagliandosi addosso - coltello fra i denti - contro le proprie stesse premesse, mette in una luce abbacinante l'errore, l'incoerenza, gli evidenti falli di una posizione; né per ciò solo si limita a demolire - che fornendo ali al discorso ne indica anche un progetto di progresso, rende gustosa e curiosa la piega nuova di un concetto. Ed è per queste idiosincrasie che sempre è stato strumento favorito di filosofia, di scienze d'avanguardia, sì, e di satira e di ironia, da Achille e la tartaruga, al Paradosso dell'avvocato di Protagora fino al Paradosso dei gemelli - da Oscar Wilde (Prince Paradox) fino ad Alessandro Bergonzoni e a Corrado Guzzanti."dal greco: para [contro] doxa [opinione] (comune).
Testo originale pubblicato su unaparolaalgiorno.it: https://unaparolaalgiorno.it/significato/P/paradosso
Secondo la psicologia ufficiale, la DISSONANZA COGNITIVA (bispensiero) è invece, e per l'appunto, definita come: "Tensione o disagio che proviamo quando abbiamo, nella nostra psiche, due o più idee opposte e incompatibili, oppure quando le nostre credenze non corrispondono a quello che facciamo."
parafrasato da https://lamenteemeravigliosa.it/che-cose-la-dissonanza-cognitiva/
Dunque nel regno della psicosi dissociativa normalizzata è frequente assistere alla mistificazione di parole e culture, con lo scopo di giustificare le contraddizioni inventando significati contraddittori.
Qui l'audace filosofo ha invece intentato di giustificare la contraddizione stessa e, quanto a sharing, ha avuto non poco successo di pubblico...
Possiamo ben comprendere come degli individui conformati psicologicamente in tal fatta siano incapaci di contattare una condizione di vera libertà individuale e di pensiero.
Adottando la regola dell'intolleranza verso le intolleranze, verso qualunque intolleranza, saranno portati parimenti a non tollerare estensivamente neppure quei pensieri che si oppongono a qualcosa, quei sentimenti di saturazione della nostra pazienza ("intolleranza") che ci consentono di uscire dalle gabbie, che si tratti di una relazione, di una dipendenza familiare, di un fanatismo, etc.
Essere intolleranti verso ciò che percepiamo sbagliato coincide anche con l'esercizio del libero arbitrio, della nostra capacità di non essere preda dei venti, di mantenere fermezza nella nostra autonomia di vedute, e di resistere (reazionario - yang) o accettare (progressista - yin) il cambiamento quando lo sentiamo utile e sensato.
Se accettiamo questa filosofia che propone di considerare immorali questi nostri stessi pensieri, diveniamo totalmente programmabili dall'esterno, dalla Società, che attraverso la cultura ci offrirà i riferimenti morali volta per volta utili a giustificare le nostre azioni contraddittorie.
E così ci allontaneremo sempre più dalla possibilità, già originariamente ardua, di conquistare nuovi podi evolutivi come individui, annullandoci nell'oblio di un enorme formicaio dove ad aver la peggio sarà proprio la scintilla di particolarità che ciascuno di noi racchiude.
In ultimo, in ambito di rapporti interpersonali: Essere intollerante con gli intolleranti coincide necessariamente con un pregiudizio, che paradossalmente è la sostanza stessa su cui prolifera l'intolleranza e che l'ha fatta apparire nella sua evidente immoralità.
Un azione violenta è da ricondursi ad intolleranza solo se permeata di fanatismo e pregiudizio.
Diversamente, la violenza ritorna alla sua neutralità, nulla nuoce all'armonia del creato, come la violenza dello scultore, del predatore, della mucca che strappa l'erba o della madre che uccide i lupi che minacciano i suoi bambini.
Se difatti mi incontrassi con qualcuno che si dimostrasse intollerante con me e con le mie proprie opinioni o ideologie, non avrebbe alcun senso ne utilità ne tollerarlo ne "intollerarlo", in quanto la relazione non si produrrebbe affatto (repulsione relazionale).
Se nel medesimo esempio questo qualcuno si mostrasse tollerante con me e le mie ideologie, parimenti non vi sarebbe alcun "paradosso": la relazione è armonica.
L'unica possibilità in cui sorgerebbe un dissidio, che però ricade entro rapporti superficiali, meramente professionali o alquanto acerbi, è che lo stesso qualcuno si mostrasse tollerante con me ma intollerante con le mie ideologie o verso persone a me legate che le manifestano. Tuttavia anche in tal caso il criterio proposto (cit - intolleranza metodica verso le intolleranze) risulterebbe malsano, perché sposterebbe la contraddizione da fuori a dentro di noi, allontanando qualcuno che forse amiamo e rispettiamo per obbedire ad una regola. Questo è ciò che succede oggi alla maggioranza delle persone, e accade perché non ci stiamo preoccupando di mettere Ordine alla nostra vita.
Prendiamone coscienza, e andiamo avanti!

Nessun commento:
Posta un commento
Nota. Solo i membri di questo blog possono postare un commento.