domenica 6 marzo 2016

L'OMOSESSUALITA' E' UNA TRAPPOLA - L'identificazione col genere

Dopo aver sfiorato numerose volte l'argomento durante i miei interventi pubblici, vorrei fare una piccola sintesi; un riepilogo dei punti su cui fondare una riflessione obiettiva sull'argomento.

Si tratta di una riflessione che tuttavia non vuole escludere alcun aspetto, prima di tutto quello spirituale.

Se qualcuno è capitato su questo post alla ricerca di qualche opinione altrui che possa farlo sentire più soddisfatto e compiaciuto, probabilmente resterà deluso.

I generi sessuali sono aspetti che competono il corpo fisico prima di tutto, e secondariamente i corpi sottili.
Esistono delle effettive differenze tra i veicoli esperenziali di tipo maschile e quelli di tipo femminile; ironia spicciola a parte, oltre alle differenze anatomiche esistono particolari differenziazioni nella disposizione dei chakra e nella configurazione energetica, che determina tra le altre cose anche le modalità con le quali ci relazioniamo con l'esterno.

Trattasi però esclusivamente di differenze tra i corpi!
L'Ente spirituale che vive la sua esperienza attraverso tali corpi NON ha genere.

Mi permetto infatti di contestare, se non anche biasimare, quei moderni "maestri" spirituali che arrivano a convincere i loro proseliti circa il "sesso" della loro parte spirituale.
"...il mio Essere è femminile..."

Questa frase esprime una situazione nella quale si discute di cose futili, frivole, pretestuose, perdendo quel tempo che sarebbe opportuno impiegare altrimenti. Tradizionalmente si riferisce ai teologi bizantini, che si dice continuassero imperturbabili le loro sterili e infinite disquisizioni su quale genere sessuale attribuire agli angeli, mentre i turchi di Maometto II stavano per espugnare Costantinopoli (1453) e porre fine all’Impero Romano d’Oriente.

Sovente ci troviamo di fronte a qualche sgradito fenomeno di reclutamento; esseri umani gravati da ambizioni di potere e magia sviluppano rapporti simbiotici con entità lunari, dopodiché intraprendono la loro missione di ricerca adepti, ovvero persone adescabili (solitamente colte in un momento molto difficoltoso della loro vita...) da offrire all'entità in cambio di potere. Questo tipo di mitomani sono anche molto pericolosi. Situazioni simili ne ho incontrate di persona.




Ciascuno di noi sviluppa un senso del Sé dipendente dalla propria architettura egoica. L'Ego viene erroneamente avvertito come "ente esperente", e di conseguenza le sue funzioni diventano le nostre funzioni. L'Ego DEVE identificarsi in qualcosa, altrimenti non sperimenta alcun senso di identità.
Da qui generalmente le persone si identificano con il proprio corpo fisico, o talvolta con il corpo astrale (emozioni) o con il corpo mentale (pensieri). Se mi chiedo "io chi sono" o "dov'è il centro del Sé", la risposta fornita dall'Ego ci indirizzerà a pensare che siamo "nella testa", o comunque nel corpo.
La comune identificazione col corpo porta ad una serie di problematiche sociali che potremmo definire "peccati di immaturità": razzismo, sessismo, machismo, femminismo, eccetera.

L'immaturità umana rispetto a questa propria situazione non coincide tuttavia con la sua superbia; e così, nonostante il vuoto di consapevolezza e la mancanza di reale coscienza del ruolo della sessualità nell'esperienza umana, le nuove scimmie in fila davanti al cinema del transumanesimo inventano nuove identificazioni, assumendole come norma obbligatoria.
Non molto differente dall'oscurantismo medioevale o dal sessismo delle sette estremiste religiose, non trovate?

L'identificazione con un genere, al pari di quella per le mode o le ideologie, rappresentano rituali di sintonizzazione con i vari campi ideoplastici (egregor) che concorrono alla plasmatura della realtà.

Quando una persona non si riconosce nel genere maschile, sta processando un dissidio di tipo egoico. Quello in cui non si riconosce è il modello maschile proposto dalla società, non "la maschilità".
La maschilità è una funzione polarizzata dei corpi che può assumere infinite modalità operative e relazionali.
Credere che esista solo il "modello maschile" o femminile propostoci dal ristretto ambito sociale nel quale siamo venuti al mondo, è il primo errore.

Sarebbe come venire al mondo in un paese dove l'unico frutto conosciuto è la carruba, e decidere di voler assumere un abitudine alimentare priva di frutta.

"io sono un uomo", "io sono una lesbica", "io non mangio frutta"... è lo stesso. Si tratta di conclamati fenomeni di identificazione errata del Sé con aspetti egoici.

Sentirsi differenti in quanto non riusciamo ad identificarci con i modelli sociali che ci vengono proposti, è un fatto positivo, non un "problema". L'identificazione con tali modelli è un problema!


"Non è un segno di buona salute mentale essere bene adattati a una società malata."
[Jiddu Krishnamurti, nella foto con David Bohm]





Spesso condizioni difficili nell'adattamento sociale, specie quando compaiono sin da giovanissimi, rappresentano banali indicatori di un impulso spirituale fuori dal comune.

Questo tipo di individui erano tenuti in grande considerazione all'interno di molte realtà tribali, divenendo spesso guide, sciamani, curanderos, veggenti o capi tribù.

Il fatto che la società moderna si basi sull'omologazione e omogeneizzazione degli individui, è il segno della tensione transumanista, che spinge verso un architettura sociale simile a quella degli insetti, dove è indispensabile che ciascuno "faccia il suo lavoro" e non altro!
D'altronde nessun sistema informatico se la cava bene con la gestione degli elementi mutevoli. L'equazione ha bisogno di costanti, e diventa esponenzialmente più complessa ad ogni variabile inserita...


"...bisogna essere consapevoli perché esistono molte situazioni che possono essere usate dall'ego per i suoi scopi. Il grande vantaggio per una persona omosessuale è quello di sentirsi un po' outsider... cosa che può succedere anche se oggi c'è molta più accettazione. E' sempre un grandissimo vantaggio per chiunque non rientrare completamente nelle tendenze dominanti, perché questo può creare una disidentificazione precoce dalle identità egoiche dominanti nella società, e così il risveglio spirituale può diventare più facile."
[Eckart Tolle, nella foto con Tenzin Gyatso]

Una direzione spiritualmente più evoluta è quella di TRASCENDERE il genere.

Trovare un senso di identità nell'identificazione con il "fare", e quindi con i corpi, è segno invece di immaturità, e rappresenta proprio quella tipologia di "enweaking" volta a dare prematuramente una risposta alle domande dell'anima umana.
In questo caso, la domanda è quella sottesa alle inquietudini di coloro che non trovano un senso di appartenenza e identità negli stereotipi sociali; "chi sono...?"
Proporre loro la soluzione "sei un gay" non risolverà il problema esistenziale della parte interiore, tuttavia metterà almeno provvisoriamente uno stop alla loro ricerca di senso.

giovedì 3 marzo 2016

ENWEAKING - un metodo di controllo?


Molti osservatori sociali si sono chiesti a più riprese quale sia il fattore che induce nella maggior parte delle persone, definibile come "la massa", una sorta di torpore del senso critico, che si traduce in una supina credulità anche a fronte di evidenze in grado di suggerire conclusioni differenti riguardo gli eventi che incontriamo.

Una risposta potrebbe trovarsi nella pratica dell'enweaking, che in italiano suona come "rammollamento" (da "weak", debole, molle...).

La parola "enweaking"non esiste.
E' stata da me adottata per identificare uno specifico genere di pratiche di persuasione ampiamente adottate nella pubblicità, nel marketing e nella propaganda sociale, delle quali sono stato testimone nel corso degli ultimi vent'anni.
La sua definizione mi ha poi consentito di comprendere in modo più chiaro numerosi fenomeni storici, anche contemporanei, ovvero riscontrabili nella nostra quotidianità.

Rendere molle equivale a rendere plasmabile.
Nella struttura psicologica umana, ciò accade allorquando si attivino meccanismi atavici di sopravvivenza che incrementano la capacità di adattamento.
Ci si adatta per sopravvivere...

L'adattamento coincide sempre in qualche modo con la cessazione dello sforzo.

Se immaginiamo un virus intento a difendersi da un antibiotico, possiamo anche immaginare che una volta adattato all'antibiotico la lotta per lui sarà cessata.
Da quel momento, le cose andranno bene così come sono.

L'adattamento è un processo necessario alla sopravvivenza, utile a far fronte ai cambiamenti inevitabili dell'habitat.

Quando tuttavia si entra nel regno "umano", ci si rende conto che quasi tutti i cambiamenti dell'habitat sono modificazioni indotte dallo stesso genere umano, ossia modificazioni che potremmo considerare volontarie, seppur perpetuate in forma collettiva.
Soprassediamo, in questa sede, circa le giuste obiezioni riguardo la volontà effettivamente in azione nel corso di un processo collettivo, che potrebbe rivelarsi del tutto aliena alla volontà dei singoli, giungendo a connotare "la massa" quale ente autonomo, dotato di propria volontà e propri scopi, differente da quella, non solo dei singoli. ma persino di un ipotetica volontà di maggioranza.
L'intero è differente della somma dei singoli...

Resta quindi la sensazione che questa funzione di adattamento passivo (Yin) non sia naturalmente l'unica modalità di reazione di una specie alle minacce di alterazione dell'habitat, bensì esclusivamente quella utile nei casi di forza maggiore, che nel regno animale si riducono ad eventi naturali (smottamenti, siccità, ecc.) o interventi di esseri "superiori" (atti perpetuati dall'Uomo, come nella selezione artificiale che applichiamo alle colture).
La seconda modalità di risposta è infatti quella Yang: combattere.

Ma evidentemente l'essere umano è indotto ad identificare i fenomeni di massa, e ovviamente i media mainstream, al pari di una calamità naturale, di un fenomeno divino, e come tale incontrovertibile, inevitabile... in questo, paradossalmente, è proprio la massa sedicente democratica a non sentirsi parte del processo decisionale.

Nel meccanismo dell'enweaking gioca un ruolo decisamente fondamentale la paura. Essa è infatti in grado di generare uno stato di rammollamento psicologico, utile appunto ad evitare di rompersi quando si è soggetti ad uno sforzo, o deformazione, di adattamento.

Un altra funzione riconducibile all'enweaking è quella relativa al "depotenziamento".

Questo si attua attraverso meccanismi di sfinimento dell'intenzione individuale.
Uno dei modi principali è quello di spingere a porsi domande preconfezionate, per poi fornire risposte ugualmente preconfezionate.

La "domanda" è un forte movente. Se non sappiamo chi abita al di la della collina, la curiosità potrebbe spingerci fin la per indagarlo. Se tuttavia giungesse qualcuno dicendo: "al di la della colline non vi è altre che un bosco e rocce", probabilmente la nostra spinta a partire subirebbe una forte demotivazione.

Lo scopo dell'enweaking, in questo caso, è quindi quello di anticipare la "domanda" fornendone una simile, ma non identica, a quella che sorgerebbe ad un individuo maturo sotto il profilo della consapevolezza, ma prematuramente.
Successivamente, viene fornita la "risposta" preconfezionata, anche ovviamente mediante profilatori informatici estremamente avanzati. Come sappiamo, oggi è difatti lontano il 1996, tempo in cui un uomo poteva ancora battere un computer a scacchi; in questo gioco partiamo già perdenti.

Anticipare la domanda consente da un lato di prevenire l'insorgere di domande biologicamente e spiritualmente sensate, capaci di produrre fenomeni di rinnovamento sociale in direzioni non utili agli scopi prefissati (ad esempio, la consapevolezza sul perché si usano olii vegetali scadenti in biscotti biologici, vegan, ecc.), mentre dall'altro assicura che tali domande sensate non vengano più a galla in futuro, fornendo una "risposta" soddisfacente per la mente razionale: caso chiuso.

Potremmo dirlo anche così: prima che a qualcuno venga in mente di chiedersi qualcosa, glielo suggerisco io ma in modo da portarlo alle conclusioni che desidero, utili ai miei scopi.
In ambito giuridico, questo comportamento potrebbe definirsi capzioso.