Battiato cantava "...l'ossessione dell'Io..." ...chissà se si riferiva all'atteggiamento di alcune filosofie, come quella neognostica di Samael Aun Weor, che sin dal principio esordisce con "dobbiamo uccidere l'Ego!".Ma dopo quindici anni devo ammettere che... è così. Nessun progresso è possibile senza la ricollocazione del capitale animico prigioniero delle regole, delle meccaniche dell'Io.
Ho visto e frequentato molte persone, gruppi, scuole spirituali, scuole "di vita", ho incontrato una caterva di "consulenti spirituali", pronti a spiegare come diventare migliore, più santi, più felici, più elevati, più potenti!...
Ho visto persone trascorrere le proprie giornate attraverso una tabella di marcia che partiva dal mattino con riflessologia, passando dal reiki, poi theta healing e infine meditazione fino alle undici di sera; poi un giorno dopo l'altro, ancora: connessione con gli angeli, costellazioni familiari, tamburi sciamanici, ayahuasca, yoga, tarocchi illuminati, veggenti, iniziazioni... e frequentando queste persone, un giorno dopo l'altro, le sentivo ogni volta dire "ahhh, questa pratica mi ha cambiato profondamente" ... "ohhh, ora ho capito, è un miracolo!" ... "ehhh, il maestro mi ha detto che in realtà io ho un grande compito...".
E giorno dopo giorno li sentivo affermare di essere cambiati! ...ma... a me apparivano sempre uguali, così per evitare di essere offensivo (e di dover discutere di aria fritta...), la maggioranza di volte sorridevo loro... anche se non li risparmiavo da una delle mie divagazioni "totalmente" fuori argomento.
Ma in un modo o nell'altro, il tempo puntualmente mostrava l'evidenza: l'Ego restava il centro della loro vita, il loro giudice e opinionista, colui che discriminava tra il bene e il male, tra il giusto e lo sbagliato; era ancora l'Ego a dire loro se erano felici o infelici, ed era l'Ego in fondo a suggerire loro cosa fare della loro vita, ad "insegnare" loro come trovare senso-vita, soddisfazione, gioia.Così dopo tante "pratiche", tanta ostentata realizzazione spirituale ottenuta, li vedevo trovare soddisfazione nell'ammirazione altrui, nella rivalsa vendicativa, nella sessualità di strada, nella carriera o nella conquistata accettazione da parte della società malata in cui viviamo. Dopo ore e ore di "meditazione", li si poteva ancora comprare con un complimento, e far imbestialire con una critica.
Ammetto che, in fondo, questo che affermo non può avere alcuna rilevanza statistica; non sto parlando infatti di grandi numeri, non sono andato con fare certosino a scartabellare il web o le bibliografie illustri per trarre conclusioni.
Ciononostante, e per ciò che vale, posso affermare che non è possibile incontrare reali cambiamenti in se stessi senza partire dalla base. Mi riferisco a quel livello della nostra architettura psichica dove nasce il senso del Sé e, di riflesso, il senso di ciò che ci sta attorno.Se la base è storta, ogni cosa costruita su di essa sarà vacillante, disarmonica e peritura.
Attraverso l'auto-osservazione seria, serena, e violentemente fredda e distaccata, è immediatamente accessibile a chiunque la consapevolezza delle devianze che l'Ego opera ad ogni istante nei nostri pensieri, nelle nostre emozioni e nelle nostre pulsioni.
Constatando direttamente il funzionalismo dell'Ego, è poi immediata la discriminazione tra la parte dell'Ego che costituisce un clone funzionale dell'egregor sociale, che rappresenta la nostra "omologazione", e quella parte della quale ci piace andar fieri, sentendoci "speciali".
La parte omologante dell'Ego è facilmente oggetto di biasimo e giudizi negativi da parte di coloro che hanno oramai assorbito migliaia di parole di Osho, Tolle, Coelho, Aurobindo... ma senza auto-osservarsi nella realtà interiore della propria vita, nessuno avverte in giusta misura la sinistra minaccia costituita dalla parte "speciale" dell'Ego.
Così si finisce col consumare il proprio potere personale in una inavvertita lotta interiore tra dogmi sociali neospirituali, colmi di giudizi su cosa e giusto e cosa e sbagliato, e le strutture egoiche sommerse che invece stiamo conservando, e che dal nostro inconscio esigono il loro nutrimento proprio attraverso il riscontro sociale. Il risultato, in coloro che si trovano in questa condizione, è una sempre crescente difficoltà a mantenere coerenza tra pensieri, sentimenti, pulsioni e parole, e crescente ansia di conservare credibilità sociale; questo progressivamente porta alla selezione delle proprie cerchie relazionali, se non addirittura ad un caparbio isolamento.Se vuoi vedere veramente qualcosa, devi saperne restare fuori...
Prezioso. GRAZIE!
RispondiEliminacondivido. la mia esperienza è che è difficile accettare l'ego come apparenza, dopotutto l'infelicità nasce proprio dalla separazione tra io e una dimensione che si percepisce per poco. La felicità dovrebbe essere lo scopo di questa vita e anche quando siamo fuori dalla nondualità (ammesso che la meditazione ci aiuti) resta il dolore. In quanto alla solitudine diventa quasi certa perchè subentra una stanchezza delle "apparenze" pesante in certi momenti.
RispondiEliminaRiconoscere che l' EGO non e parola morta e un grande riconoscimento ...si vive bene facendolo manifestare a secondo come piace a noi ? siamo o non siamo nel bel mezzo del Kaliyuga, vogliamo rimanerci o uscirne ? A ognuno il libero arbitrio di scelta
RispondiEliminaCiao Amico
...
Ciao Ans! ;)
Elimina