sabato 27 luglio 2024

LE INTELLIGENZE ARTIFICIALI SONO IN GRADO DI ESSERE CREATIVE?




Le IA sono creative? In senso stretto certamente no. Sono esperte nel tradurre enormi quantità di contenuti (big-data) in MODELLI.

Un po' come fa un imitatore quando replica la voce di qualche celebrità: egli ha la capacità di comprendere gli elementi maggiormente distintivi di tale celebrità, e può amplificarli in modo caricaturale a piacere.

Le IA funzionano allo stesso modo. Sono composte da un grande archivio di modelli, e sono in grado di applicarne parti a piacere, anche in combinazione tra loro. Non è diverso da quanto fanno la maggior parte dei musicisti, che restano per sempre condizionati dal background musicale introiettato.
Quando il musicista, il pittore, etc. possiede anche facoltà creative, riesce ad introdurre nella sua opera qualcosa di realmente NUOVO.
In tal caso possiamo parlare di "creativo" o "artista" in senso filosoficamente corretto. Ovviamente oggi la società dei consumi ha altri criteri, e presenta come "arte" anche elementi banali e ovvi, oppure semplicemente brutti e insignificanti.
La discriminante è sempre il pubblico: una persona media non è in grado di distinguere qualcosa di nuovo da qualcosa di già sentito da qualche parte, se non altro perché potrebbe non averlo previamente conosciuto. Questo ragionamento di base è uno dei principali motivi per cui molti esperti di brevetti e innovazione ritengono che le invenzioni sfornate dalle IA non possiedano i requisiti di brevettazione. Infatti un invenzione è legalmente registrabile come brevetto solo se possiede alcuni requisiti, e uno di questi è la cd. "novità intrinseca". Questo criterio viene parafrasato dalla Dottrina come "si definisce nuovo quel trovato che risulta oltre le capacità del tecnico medio nel formulare la soluzione ad un problema dato". In altre parole, non basta sia solo nuovo rispetto a quanto il pubblico già conosce ("novità ESTRINSECA"), bensì oggettivamente, ovvero non solo rispetto a quanto sia già noto, ma anche rispetto a quanto risulti, su carta, già fattibile applicando tecnologia notoria. Vi è tuttavia un riconoscimento di novità intrinseca anche qualora la combinazione di parti note produca un risultato nuovo e sorprendente. In questo ultimo enunciato può ravvisarsi l'esile capacità creativa delle Intelligenze Artificiali. Qualcuno tuttavia sostiene che qualunque opera, o invenzione, sia in realtà sempre e solo una combinazione nuova di parti già note. Tuttavia le IA applicano modelli, ovvero anche il loro combinare le parti è a sua volta un modello. Ad esempio potremmo prendere lo stile musicale dei Doors, applicarvi un testo ispirato al taglio di Mogol, e allacciare testo e musica con un modello stile Sfera Ebbasta. Il risultato sarebbe sorprendente, nuovo, e quasi impossibile da suddividere nei suoi componenti Doors/Mogol/Sfera da parte del pubblico. Con tutta probabilità, persino un musicista esperto potrebbe fare molta fatica ad individuarvi i reali modelli applicati. In altre parole, quando un grande pittore ritrae un soggetto, lo rappresenta in modi originali, differenti dall'approccio scolastico di un ritrattista. Il suo modo di guardare la realtà viene trasposto magicamente nella tela, offrendoci una visione nuova, che si trasmette all'osservatore entro i tuttora misteriosi meccanismi della cd "metacomunicazione", o "comunicazione analogica".
Mickel Devanakis 2020 "Tootsie" — artista greco, olio su tela

Quando invece è una IA a creare l'opera figurativa, dietro la tecnica, e le tendenze pittoriche, non vi è nessun'altro. E' come se un ritrattista possedesse la capacità di un imitatore, in grado di eseguire opere che sembrano di altri. Se l'apprezzamento di un quadro è sovente caratterizzato da un sentimento di stupore e affascinazione, vi è tuttavia un SECONDO ELEMENTO presente nell'arte umana: il vissuto e lo spessore umano dell'artista. Dunque le IA, per semplificare, possiamo dire che sono in grado di produrre il primo elemento ma certamente non il secondo, quello che potremmo definire "fattore umano individuale".
Il fattore umano individuale è tuttavia impresso nei milioni di opere di cui si è nutrita la IA, e vi resta intrinsecamente legato.

Questo come conseguenza diviene un forte elemento di confusione inconscia (metacomunicazione) nell'osservatore, che se dotato di opportuna sensibilità potrebbe notare un caos di messaggi invisibili.
Nella maggior parte delle persone, questo caos resta inavvertito, ciononostante nutrendo e suggestionando l'inconscio. Pensiamo ad esempio a qualche pittore "maledetto", le cui opere esprimo sentimenti di rabbia, disperazione o violenza. Se tale modello, decodificato dalla IA, venisse mescolato ad altri apparentemente dolci e gentili, il risultato potrebbe essere un libro per bambini in grado in ingenerare patologie psicotiche.

Si potrebbe dire che nelle opere create con intelligenza artificiale vi sono molti fantasmi!


Immagine: creazione IA
"Nella nuova era digitale, il prompt è diventato il fulcro di comando: l’istruzione che permette all’IA di compiere azioni specifiche. Che si tratti di dialogare con un chatbot, creare immagini o scrivere codici di programmazione, la necessità di una guida professionale degli algoritmi si è fatta strada negli ambienti creativi e non solo. È qui che entra in gioco il Prompt Designer, una figura capace di fornire istruzioni mirate ai modelli di IA generativa per ottenere i risultati desiderati. Paragonabile a fornire un brief a un team creativo per la creazione di materiali di comunicazione, il Prompt Designer è un professionista con competenze tecniche e una profonda conoscenza del linguaggio umano. È un ibrido che fonde l’arte della programmazione con l’abilità di scrittura persuasiva e l’analisi del linguaggio."
Tratto da propaganda pro-IA:
https://www.noooagency.com/noooborders/creativolution-lintelligenza-artificiale-a-supporto-delle-professioni-creative/
Siamo dunque ad un bivio filosofico. Da un lato vi sono coloro che ritengono che la creatività sia una facoltà elevate dell'essere umano, strettamente connessa con le sue capacità evolutive, ovvero di cambiamento migliorativo, da un altro lato vi sono coloro convinti che la creatività sia sempre, in fondo, una combinazione di cose già conosciute, e che la misura la si debba cercare nel riscontro del pubblico. Difatti la prima posizione filosofica vede l'arte come espressione autocratica ed oggettiva, riconoscibile solo in presenza di prerequisiti di coscienza dell'osservatore, mentre nella seconda posizione filosofica questo criterio diventa arbitrario, ovvero affidato al pubblico dei consumatori, educato dai media. Non stupisce dunque che, già ben prima dell'avvento dell'IA, l'arte di massa abbia prediletto la seconda visione, che consente una definizione arbitraria, ovvero culturalmente manipolabile, di cosa sia artistico e cosa non lo sia. Molti esperti negli ultimi anni hanno infatti lanciato allarmi a riguardo: in tal modo, i nuovi artisti si sarebbero ridotti a "operai dell'arte". Ma un tal modo di definirsi artista è paragonabile, appunto, all'attività di un software, rendendo la figura dell'artista brillantemente sostituibile con un software. Una tale deriva può definirsi come un procedere in favore della QUANTITA' a discapito della QUALITA'. Ciò può confermarsi facilmente nel numero di "artisti". Un tempo decisamente rari, negli ultimi decenni è cresciuto esponenzialmente, fino a sfociare nell'odierno ammasso di milioni di IA. Sulla base di quanto detto, appare scadente e melliflua anche l'introduzione di nuovi tipi di artista, come appunto il sopra menzionato creatore di prompt per le IA (prompt designer). In conclusione, lo sviluppo delle IA "artistiche" può reputarsi motivato da interessi prettamente commerciali. Purtroppo, come spesso accade quando il progresso dipende dai desiderata economici, si spinge verso la quantità fino al punto in cui, affollando il mercato, il valore del bene diminuisce. Ma al di là degli osservatori poco attenti, i dati mostrano un altra conferma geometrica: le opere d'arte tradizionali sono divenute il bene rifugio più apprezzato dai ricchi, in quanto il loro valore aumento man mano le tendenze di pubblico spingono per l'estinzione dell'arte umana. Non stupirebbe se alcuni di questi grandi capitalisti, che investono in quadri antichi, stessero usando il loro capitale per spingere il pubblico verso l'estinzione dell'arte tradizionale: i loro quadri varranno sempre di più!

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Eros Poeta è formatore mindfulness, ricercatore e autore umanistico, attivo in progetti etici ground-based. Per conoscere la Meccanica Taoica Universale, entra nel canale ufficiale Telegram:

lunedì 22 luglio 2024

The Guardian: “Pubblicità e mondo accademico stanno controllando i nostri pensieri. Non lo sapevi?”




di George Monbiot – TheGuardian
Traduzione di Eros Poeta


In che misura decidiamo?
Ci piace dire di aver deciso il corso della nostra, ma sarà vero?

Se tu o io avessimo vissuto 500 anni fa, la nostra visione del mondo e le decisioni che avremmo preso di conseguenza sarebbero state completamente diverse da come non faremmo oggi.
Le nostre menti sono modellate dal nostro ambiente sociale, ed in particolare dai sistemi di credenze proiettati da coloro che detengono il potere: monarchi, aristocratici e teologi allora; corporazioni, miliardari e media oggi.

Gli umani, i mammiferi supremamente sociali, sono spugne etiche e intellettuali. Assorbiamo inconsciamente, nel bene e nel male, le influenze che ci circondano.
In effetti, la sola idea che la mente possa essere plasmata è un fatto oggi assodato, che sarebbe stato tuttavia estraneo alla maggior parte della gente cinque secoli fa.
Questo non significa che non abbiamo più capacità di pensiero indipendente. Significa però che per esercitarlo, dobbiamo – consapevolmente e con grande sforzo – nuotare contro la corrente sociale che ci trascina, spesso senza che ce ne rendiamo conto.

Se siamo ampiamente influenzati dall’ambiente sociale, controlliamo almeno le piccole decisioni che prendiamo? Qualche volta. Forse.
Ma anche qui siamo soggetti a un’influenza costante, alcune volte rilevabile, ma molte volte no.

Ma c’è una grande industria che cerca di decidere per noi. Le sue tecniche diventano più sofisticate ogni anno, attingendo alle ultime scoperte nel campo delle neuroscienze e della psicologia.
Si chiama pubblicità.

Ogni mese vengono pubblicati nuovi libri sull’argomento, con titoli come “The Persuasion Code: How Neuromarketing Can Help You Persuade Anyone, Anywhere, Anytime.”[Il Codice della Persuasione: Come il neuromarketing può aiutarti a persuadere chiunque, dovunque e in qualsiasi momento].
Sebbene molti di tali libri siano senza dubbio sopravvalutati, essi ciononostante descrivono una disciplina che si sta rapidamente installando nelle nostre menti, rendendo il pensiero indipendente sempre più difficile.
Pubblicità più sofisticata si fonde con le tecnologie digitali progettate per sostituirsi alle agenzie pubblicitarie.

All’inizio di quest’anno, lo psicologo infantile Richard Freed ha spiegato come una nuova ricerca psicologica è stata utilizzata per sviluppare social media, giochi per computer e telefoni con qualità in grado di generare spiccata dipendenza.
Egli ha citato un tecnologo che vanta, con apparente giustificazione: “Abbiamo la capacità di operare su alcune manopole in un cruscotto di apprendimento automatico che costruiamo, e in tutto il mondo centinaia di migliaia di persone cambieranno silenziosamente il loro comportamento in modi che, all’insaputa di loro, avvertono accadere secondo-natura quando in realtà è il mero frutto di una progettazione a tavolino.”

Lo scopo di questo hacking del cervello è quello di creare piattaforme più efficaci per la pubblicità. Tuttavia tutto questo sforzo andrebbe sprecato se mantenessimo [come pubblico – ndt] la nostra capacità di resistervi.

Facebook, secondo un rapporto trapelato tra i tanti, ha effettuato una ricerca – condivisa con un inserzionista – per determinare quando gli adolescenti che utilizzano la sua rete si sentono insicuri, autosvalutati o stressati. Questi sembrano essere i momenti ottimali per colpirli con una promozione micro-mirata.
Facebook ha ovviamente negato di aver offerto “strumenti per profilare le persone in base al loro stato emotivo”.

E ragionevole aspettarci che le imprese commerciali tenteranno qualsiasi sotterfugio legale cui possano ricorrere.

Spetta alla Società, rappresentata dal governo, fermarli, attraverso una regolamentazione che tuttavia finora è mancata.

Ma ciò che mi infastidisce e mi disgusta ancora di più di questo fallimento, è la volontà delle Università di ospitare ricerche che aiutino i pubblicitari ad hackerare le nostre menti!
L’ideale dell’Illuminismo, che tutte le Università sostengono di perseguire, è che tutti dovrebbero sviluppare autonomia di pensiero, giusto?

Quindi perché gestiscono dipartimenti in cui i ricercatori esplorano nuovi mezzi per aggirare, atrofizzare e bloccare questa capacità?

Lo chiedo perché, mentre notavo che la frenesia del consumismo in questo periodo dell’anno sia giunta persino al di là dei suoi soliti livelli di pianeta-spazzatura, sono incappato in un articolo che mi ha stupito.
È stato scritto da accademici di Università pubbliche nei Paesi Bassi e negli Stati Uniti. Il loro scopo mi sembrava decisamente in contrasto con l’interesse pubblico: in tale articolo accademico, i luminari hanno cercato di identificare “i diversi modi in cui i consumatori resistono alla pubblicità, e le tattiche che possono essere utilizzate per invertire o aggirare tale resistenza”.

Tra tali tecniche “neutralizzanti”, l’articolo evidenziava quella di “dissimulare l’intento persuasivo del messaggio”; come? Distraendo la nostra attenzione utilizzando frasi confuse che rendano più impegnativo focalizzarsi e riconoscere l’intento pubblicitario, e “producendo esaurimento cognitivo come tattica per ridurre la capacità dei consumatori di contestare criticamente i messaggi pubblicitari”.
Ciò significa colpirci con tanta pubblicità da saturare le nostre risorse mentali, abbattendo la nostra capacità di pensare con obiettività.

Incuriosito, ho iniziato a cercare altri articoli accademici sullo stesso tema e ho trovato un’intera letteratura.
C’erano articoli su ogni aspetto immaginabile della resistenza mentale del soggetto-bersaglio, e suggerimenti utili per superarla.
Per esempio, mi sono imbattuto in un articolo che consiglia agli inserzionisti su come ricostruire la fiducia del pubblico quando qualche celebrità per cui lavorano si mette nei guai, con ricadute sulla sua reputazione. Anziché rinunciare a questo prezioso valore, i ricercatori hanno affermato che il miglior modo per migliorare “l’autentico fascino persuasivo di un testimonial” la cui immagine risulti compromessa, è quello di mostrarlo al pubblico con “un sorriso di Duchenne”, altrimenti noto come “un sorriso genuino”. L’autore ha quindi anatomizzato scientificamente tali sorrisi, mostrando come mimarli e costruirli [anche mediante ricorso a grafica digitale – ndt] e ha disquisito circa la “costruzione” della sincerità e della “genuinità”: un magnifico esercizio di autenticità non autentica.

Un altro articolo ha esaminato come persuadere le persone scettiche ad riconoscere la posizione etica di un’azienda come positiva, specialmente quando ciò appare in palese conflitto con gli obiettivi generali dell’azienda stessa (un esempio ovvio sono i tentativi di ExxonMobil di convincere la gente di essere amica dell’ambiente perché sta effettuando ricerche su carburanti algali che potrebbero un giorno ridurre la CO2 – anche se continua di fatto a pompare milioni di barili di petrolio fossile al giorno).
Speravo che il documento raccomandasse che il miglior mezzo per persuadere le persone sia che un’azienda cambi realmente la sua discutibile condotta. Invece, la ricerca degli autori ha mostrato come immagini e dichiarazioni possano essere combinate in modo intelligente per “minimizzare lo scetticismo degli stakeholder”.

Un altro articolo ha discusso gli annunci che funzionano stimolando “Fomo”, ovvero “paura di essere tagliati fuori” [dai social network].
Ha notato che tali annunci funzionano attraverso una “motivazione controllata” definita “anatema per il benessere”.
Le pubblicità Fomo, spiega il documento, tendono a causare disagio significativo in chi viene raggiunto. Ha poi continuato a mostrare come una migliore comprensione della risposta del pubblico “offra l’opportunità di migliorare l’efficacia del Fomo come trigger di acquisto”.
Una tattica proposta è quella di continuare a stimolare la paura di essere tagliato fuori anche durante e dopo la decisione d’acquisto. Questo, ha suggerito, renderà le persone più sensibili a ulteriori annunci sulla stessa linea.

Sì, lo so: io lavoro in un settore che riceve la maggior parte del suo reddito dalla pubblicità, quindi sono complice anch’io di questo.
Lo siamo anche tutti noi.
La pubblicità – con i suoi impatti distruttivi sul pianeta vivente, sulla nostra tranquillità e sul nostro libero arbitrio – si colloca al centro della nostra economia basata sulla crescita.
Questo ci dà una ragione in più per sottoporla ad un severo vaglio critico.
Tra i luoghi in cui la sfida dovrebbe iniziare, vi sono sicuramente le Università e le società accademiche preposte per ruolo sociale proprio a stabilire e mantenere standard etici.
Se queste non sono in grado di nuotare contro le correnti del desiderio costruito e del pensiero costruito, chi può?

fonte: THE GUARDIAN


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