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giovedì 22 febbraio 2018

LA SILENZIOSA MORTE DEL SENSO CRITICO - un terzo millennio affrontato ad occhi chiusi?

Il pubblico non è attento, ma sopratutto non è critico. E lo è progressivamente sempre meno.
E' quanto emerge dalle statistiche del marketing.
La causa? E' conclamata: il livello culturale è sceso, in favore di un incremento del livello nozionistico specialistico.

Significa che un professionista di 30 anni oggi ha una scarsa cultura generale, ma conosce i termini tecnici della sua branca specialistica. Termini ovviamente che capiscono solo gli specialisti della sua branca, in gran parte pensati proprio per non essere compresi dagli altri comparti scientifici.
Ma è proprio questo l'elemento qualificante di un professionista, oggi.

Ad esempio, io mi occupo di brevetti da più di vent'anni. La parola "trovato" non mi risulta sia comune ad altri ambiti professionali. Se la usassi durante una conversazione con uno sviluppatore Java, secondo voi che idea se ne farebbe? Molto probabilmente sbagliata. Solitamente il pubblico fraintende "invenzione" con "idea", e "trovato" con "scoperta". Il trovato si potrebbe definire come "la soluzione realizzativa di un idea, nuova ed originale". La mancanza di anche solo una parola, in questa definizione, ne adultera il significato. "La nuova soluzione realizzativa di un idea" ad esempio è errato, in quanto non considera il secondo requisito di brevettabilità: la cd novità intrinseca.

Dunque quando parlo con un cliente, mi guardo bene, per educazione, chiarezza e buon senso, dall'utilizzare parole come "trovato".
La verità? Negli ultimi anni mi sono trovato sempre più disarmato, e nelle riunioni tecniche ho iniziato a contrattaccare questo nuovo cialtronistico modo di fare i professionisti: tecnici di vario tipo ostentavano il ruolo usando termini che neppure loro in fondo conoscevano (sono solito verificare il significato tecnico delle parole, dovendole usare nei Brevetti, che per chi non lo sapesse sono equiparabili a "leggi"), ed io allora ho dovuto dire "trovato"!
E da quel momento, pace.
Gli pseudoprofessionisti d'un tratto brillavano di rispetto nei miei confronti. Non avevano comunque capito una fava, però gli piacevo. Anche io ero un "professionista" come loro, ovvero uno che dice cose che gli altri non capiscono, e che di conseguenza deve essere considerato uno specialista.
Come tale avevo assunto anche il superpotere dell'incriticabilità (una delle conquiste di questo nuovo modello professionale di plastica). Da quel momento, se dicevo "rosso", lo sguardo serio e autorevole degli altri si accendeva immediatamente, muovendosi sensibilmente in un dondolio verticale di approvazione.

Il consumatore, bersagliato in modo implacabile da un numero sempre crescente di "spinte" all'acquisto, spinte costruite con precisione militare da specialisti in manipolazione verbale e visiva, ragazzini che hanno trascorso anni ad imparare a memoria trucchi per aggirare le resistenze critiche della psiche del consumatore, progressivamente capitola, progressivamente si fa più impermeabile e nel contempo tollerante.

Immagine emblematica: il dito indica
contenuto di grassi, elemento poco
rilevante salvo che per chi crede al
marketing "vita snella", mentre il
pollice copre l'elenco ingredienti... 
Così ad esempio, la cultura degli anni '80 ha lottato per introdurre norme tutelative sull'etichettatura dei cibi, lotta che ha portato a degli obblighi verso le aziende, che non potevano più permettersi, ad esempio, di scrivere "caramelle all'arancia" se di arancia vi era solo un simil-sapore ricostruito con aromi artificiali. Oggi chi vende questo tipo di cacca è obbligato a scrivere "caramelle al gusto di arancia". Ma a cosa è servito se oggi nessuno legge le etichette? A cosa, se anche chi le legge non è in grado di interpretarle correttamente?
Abbiamo creato tutte queste norme a tutela del consumatore solo per quelli che di lavoro fanno gli "specialisti delle etichette"?

Ma torniamo al senso critico.
La cultura attuale incentiva la disapprovazione di qualunque tendenza critica, giustificando tranquillamente mobbing, sarcasmo, ingiurie e scherno verso coloro che si mostrano critici.

L'espressione giornalistica "complottismo", ad esempio, è fortemente offensiva, e massimamente indimostrabile.
Ovvero, nessuno specialista, sociologo, psicologo, o fuffologo, riuscirebbe in alcun modo ad indicare i criteri razionali e scientifici per discriminare una critica, un ipotesi di reato, da un idea complottistica.

Dunque si è persa la trebisonda.

E' banalmente la legge del più forte, il potere degli stolti.

E' come se la società fosse costituita da svaporati newage, affetti da isteria e insicurezze varie, che nella loro condizione instabile, ed a causa di una cultura genericamente lacunosa, non riescono a tollerare emotivamente alcuna operazione critica, e si spalleggiano indicando ogni critica come "energia negativa".

Ma andando a ritroso anche solo mezzo secolo, si poteva ancora trovare, nella scienza come nell'imprenditoria, una conclamata importanza del critical assessment. Ovvero risultava evidente anche agli stupidi che, perché una cosa potesse e dovesse essere fatta, doveva prima essere analizzata allo scopo di trovare difetti.
Trovare difetti, a breve, medio o lungo termine, appariva di cruciale importanza.

Quasi come se, per potersi appassionare a qualcosa, si doveva prima verificare che non si trattasse di un errore, di un abbaglio, di un esaltazione da sabato sera. In mancanza di una positiva valutazione ad una disamina critica, la persona aveva ancora la maturità di ripensarci, di rinunciare a quel sogno in quanto sogno immaturo, insano o impossibile.

Oggi invece è estremamente di moda "pensare positivo"; chi non lo fa, è "negativo". Chi critica è "negativo". Chi fa il lavoro più difficile e prezioso di analizzare il contesto in modo trasversale, mangiando amarezze, pur di riconoscere ed evidenziare criticità, viene considerato quale soggetto indesiderato.

Per comprendere la reale condizione sociale, serve
quel senso critico che manca nella reale condizione sociale.

Dunque per comprendere la reale condizione sociale serve quel senso critico che è andato perduto nell'attuale condizione sociale... uhmmm è un circolo vizioso. Come procedere ad occhi chiusi?

Chi si occupa di giornalismo sa bene che, mentre l'opinione pubblica è catalizzata dalle problematiche di moda, offerte in coro dalle prime pagine dei giornali, si consumano drammi biblici in Paesi all'ombra del mondo.

Il problema dell'inavvertibilità dei problemi.

Dunque abbiamo secondariamente anche il problema dell'inavvertibilità dei problemi, o meglio il senso critico comune viene dirottato e focalizzato verso problemi preconfezionati, e poi stemperato nei talk show televisivi (ovvio che con il termine "televisivo" includo anche youtube, wikipedia o qualunque altro distributore di contenuti).

Nessuno di pone il problema di contadini Columbiani, che per ignoranza bruciano tutti i rifiuti sui campi dove poi coltivano la quinoa... ed è solo un esempio modestissimo. O del fatto che negli ultimi dieci anni non abbiamo fatto altro che alzare progressivamente i limiti legali di utilizzo di pesticidi e veleni, incluse le emissioni elettromagnetiche. O del fatto che ogni anno raddoppiano le patologie, o del fatto che molte patologie senili stanno invadendo anche la gioventù...

Anche se sembra troppo radicale, molti esperti, nel mondo, sono da tempo giunti a concludere che l'unica soluzione utile ad invertire questo trend involutivo, forse già troppo avanzato, è quello di NON ASSORBIRE PIU' INFORMAZIONI, ed è ovviamente una soluzione individuale. Collettivamente ogni movimento, seppur spinto da buoni propositi, ha prodotto, produce e produrrà solamente un ulteriore sprofondare in questo pantano invalidante.

In questo forse il fenomeno dei NEET, e genericamente l'assenza di propositi e azione nello stile di vita delle ultime generazioni, potrebbe rappresentare la risposta naturale della Vita ad un errata maniera di intenderla.

E la situazione potrebbe riportare alla mente immagini dantesche, dove appaiono allegorizzate le descrizioni che i mistici hanno fatto dell'inferno: un luogo dove le leggi aumentano esponenzialmente, portando ad una progressiva pietrificazione dell'Anima, che ad ogni costrizione in più arretra di un passo, rotolando fino al fondo infernale, dove oramai epurata di ogni difformità, riprende il cammino ascendente in nuova spira di millennaria esperienza.