Il razzismo è un fenomeno di costume caratterizzato dall'utilizzo di pregiudizi nel valutare l'altro, che si focalizza su pregiudizi di razza.
"Concezione fondata sul presupposto che esistano razze umane biologicamente e storicamente superiori ad altre razze." [Treccani]
Questo si è manifestato in forma patologica solo quando ha subito un ulteriore approssimazione, tutt'ora erroneamente utilizzata anche nei dibattiti sui media mainstream:
RAZZA=COLORE
Ovviamente si tratta di un errore compiuto dalle fonti culturali del dopoguerra, divenuto dominante fino ad oggi.
Oggi quindi il razzismo é, estensivamente, definito come "Qualsiasi discriminazione esacerbata a danno di individui e categorie." [Google]
Per comprendere un fenomeno, tanto grave quanto crescente, come il RAZZISMO GENERAZIONALE, è necessario dunque riflettere sugli elementi eticamente negativi del razzismo, ovvero:
- la discriminazione
- la generalizzazione
- l'insensibilità verso l'altro
Tali elementi debbono operare SIMULTANEAMENTE perché divenga ingiusto, crudele o semplicemente sgradevole.
Immaginiamo ad esempio ciascuno di questi elementi isolatamente, e noteremo che non riscontrano nulla di irragionevole o negativo.
La discriminazione si ha quando non ci arrabbiamo con un bambino per cose che non può capire.
e... generalmente dopo vent'anni di lavoro si acquisisce esperienza, ed è opportuno tenerne conto.
L'insensibilità verso tuo marito quando per l'ennesima volta ti mente, non è neppur essa peccato alla ragione e alla giustizia.
La disarmonia sistemica appare in ragione di come tali elementi si relazionano tra di loro.
In particolare, si può notare che il primo elemento ad innescare un processo di razzismo è la generalizzazione, ovvero l'identificazione chiara della categoria di persone.
Che tipo di persona sei?
Che genere di persona sei?
Che professione fai [sei]?
Le categorizzazioni sono invero un processo spontaneo della maggior parte delle persone; siamo dunque noi per primi a creare i presupposti per l'insorgere di razzismo.
Come si potrebbe ad esempio parlar male degli avvocati, se loro stessi non si marchiassero come tali volontariamente?
Chi si sentirebbe di includere anche gli omosessuali nell'espressione "tutti uguali gli uomini"?
"voi donne siete la brutta copia di noi gay", ironizzava un vecchio amico dieci anni fa parlando ad una avvenente ragazza...
L'identificazione con una categoria, genere o ruolo, è un automatismo patologico sempre più diffuso. Esso concerne il rito della propria vita, e si esplicita in ogni nostra azione.
Non essendo realmente occultabile agli altri, una volta identificati in un rito esistenziale si tende a modificare la nostra vita di conseguenza, incluso il nostro modo di giudicare gli altri.
Dunque l'identificazione con una categoria implica uno specifico e stereotipato modo di giudicare gli altri.
Chi ha simpatie e si identifica con una ideologia socialista tollerante e globalista detesta i leader di destra in automatico, per "antipatia".
Chi ha predilezione e si identifica in ideologie sovraniste e antiglobaliste sono invece disgustati dai leader democratici...
Dunque dimmi in chi sei identificato e ti dirò chi sei, sebbene ciò sembra allontanare dall'individuo quell'autorevolezza che ne fa un significativo elemento di una società.
Tornando al razzismo, se il primo elemento attivatore è l'identificazione in una categoria o genere, e relativo personaggio, anziché in una libera e originale coscienza personale, ed il secondo elemento è la generalizzazione circa le caratteristiche di tale categoria o genere, il terzo giunge come corollario: l'insensibilità.
L'insensibilità o anempatia è una risposta psicologica derivante da un semplice, singolo fatto. Per capirlo procediamo seguiamo ancora una volta il processo:
1 - una volta identificato l'altro in una specifica categoria, ne risultano solo due possibilità:
a - l'altro è identificato come appartenente alla nostra stessa categoria, o altra compatibile e convergente.
b - l'altro è identificato come appartenente ad altra categoria, non compatibile e convergente con la nostra.
Esempio: sono un giovane artista che lotta per salvare le balene; una persona mette "like" su un post di facebook che onora la mia categoria, dicendo che bisogna avere le palle per lottare in ciò che si crede. Questa persona, nonostante non ne conosca praticamente nulla, mi risulta simpatico. Se chiedesse aiuto probabilmente glielo offrirei come ad un mio simile.
2 - ora è il momento di attribuire un valore all'altro, un giudizio:
se risulta compatibile (a) - è una persona di qualità, ci capiamo, siamo della stessa specie;
se non risulta compatibile (b) - non è come me, non mi capisce, non possiamo comunicare.
3 - dal risultato del punto 1 ne deriva automaticamente l'applicazione del punto 2, e di conseguenza:
se (a) sperimento compassione o empatia, alternativamente in ragione del reale contatto raggiunto nella comunicazione analogica, al di là dell'identificazione culturale automatica. Meno stereotipata sarà la comunicazione, maggiore sarà l'empatia, e viceversa la compassione subcosciente la sostituirà in mancanza di un sostegno atavico e istintivo da parte dell'inconscio.
se (b) sperimento insensibilità e anempatia.
Esempio: una donna si identifica nel ruolo "brava madre moderna", e accetta supinamente suggerimenti errati senza provare disagio nell'infliggere segregazioni, punizioni o imposizioni al proprio bambino.
Appare dunque decodificato il senso del razzismo: esso emerge come atto bovino* ed automatico nella psiche ogniqualvolta ci si identifica in un ruolo che prevede la presenza di un "diverso".
Il diverso è tale sia che venga rilevato tale sul piano istintivo, dove una donna riesce appunto a distinguere suo figlio dal proprio cagnolino quanto a sentimenti, sia che derivi da un condizionamento culturale, dove appunto una donna può essere tanto identificata in un modo di essere, in un personaggio, da finire con l'equivocare drammaticamente la cosa e offrire pari o maggior cure al suo cane.
Ma che accade se siamo in grado di non cadere nell'identificazione con un personaggio?
In tal caso possiamo facilmente rilevare che la cosa è tipica nel regno animale, dove il razzismo è serenamente ufficializzato.
E' dunque possibile distinguere tra un razzismo naturale, connesso con gli aspetti umani originari, atavici e precedenti a qualunque condizionamento culturale, ed un razzismo culturale.
Il razzismo culturale, in ragione dell'assenza di elementi oggettivi nelle fasi di valutazione (1 e 2), è a tutti gli effetti il razzismo patologico, ovvero un reale fraintendimento dannoso per l'umanità.
Per comprendere l'estensione del problema del razzismo giovanile dobbiamo dunque chiederci, sia che riguardi noi, che il nostro prossimo, quale sarà il risultato della crescente categorizzazione delle generazioni? In mancanza di un contatto "tra individui", il contatto tra "un cinquantenne" ed "un millennial", cosa produrrà?
La risposta è il razzismo generazionale, ovvero quel fenomeno discriminatorio che sta crescendo in ogni ambito professionale o meglio, come nei peggiori esempio di razzismo, in ogni contesa di potere.
L'espressione "largo ai giovani", manifestazione di un intento a favorire, mal si ubica dunque oggi, dove la parola d'ordine sembra essere "porte chiuse agli anziani".
Se infatti alcune categorie sociali, come le donne, i giovani, i neri, persino gli alieni o gli androidi, ottengono facilmente appoggio sociale ed aiuti, lo stesso non accade per gli anziani ed i bambini.
Per loro il mondo si sta stringendo, e a nulla vale gridare e lamentarsi: li osserviamo insensibili.
Non sono della nostra razza?...


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