martedì 17 gennaio 2012

BATTAGLIE INTERNE



In battaglia,

il vantaggio dei crepuscolari è che
non hanno nulla da perdere,
e la loro audacia non ha uguali,

il loro svantaggio è che
non hanno nulla da perdere,
per questo il loro incedere manca della vera motivazione:
tornare a casa!

    Nei loro occhi,
al di la della furia e del caotico frastuono di voci,
che di lontano si odono a conferma che la Città è ormai persa,
abbandonata agli ebbri giochi di un ordalia di demoni,
    un flebile brillio,
residuo eroico dei regni solari,
mosso a compassione per l'agonizzante tempio,
    sembra implorare una rapida morte.

E morte sia!

Il re è morto, viva il Re!

venerdì 13 gennaio 2012

ANIMICI, PSICHICI E... VAMPIRI - l'Umanità divisa in tre?


Chi ha ascoltato alcune mie conferenze, potrebbe avermi sentito mentre uso i termini "animico", "psichico" e "vampiro", riferiti a tre tipologie di esseri umani.

Mi è stato fatto notare che possono indurre in confusione, stante la variabilità delle interpretazioni cui tali termini sono soggetti, interpretazioni che differiscono persona per persona...



Per questo motivo, e approfittando di uno scambio di messaggi con un amico, spiego brevemente.

E' una distinzione basata sull'aria fritta. In particolare, Animici e Psichici sono entrambi la stessa cosa, seppur caratterizzati da comportamenti differenti. Li divido per mia comodità nell'affrontare alcuni discorsi antroposofici (nel senso letterale del termine, non nel senso "steineriano").

Mi esprimerò un po' come mi viene, per essere compreso in modo più intuitivo.

Qualcuno potrà anche considerarlo un delirio, ma altri invece lo comprenderanno benissimo.
In ogni caso, potete sempre prenderlo come un "parlare libero auto-terapeutico" da parte mia!... :)

Gli psichici prediligono conversare con altri psichici, oppure con i vampiri (il terzo tipo di persone). Dei vampiri li interessa, e adesca, l'apparente "saper vivere" o "saper scegliere".
 Essendo i vampiri esclusivamente razionali (come macchine), tendono infatti ad adescare la parte razionale degli psichici.
Ovviamente i vampiri "sanno vivere" allo stesso modo di un computer: seguendo regole.

Invece gli animici sono nemici dei vampiri; tendenzialmente anti-conformisti, gli animici considerano solitamente gli psichici come troppo concedevoli nei confronti dell'occulto.
Per questo motivo gli psichici non si confidano con gli animici, trovando il loro atteggiamento spiacevolmente inquisitore.

I vampiri braccano gli animici, perché per loro costituiscono un pericolo esistenziale di tipo assoluto e universale. Per lo stesso motivo, provano per loro una sorta di timore reverenziale.


Nota: sotto un certo aspetto, ognuno di noi possiede in potenza tutte e tre le tipologie Vampiro-Animico-Psichico...

Non lo stesso invece nei confronti degli psichici, che possono addirittura essere sottomessi e sfruttati dai vampiri per vari scopi.

Nota: i vampiri devono il loro nome al fatto che nel loro mondo, l'unico modo di nutrirsi e procurarsi energia è quello di rubarlo ad altri viventi. Gli animici e gli psichici hanno invece anche altri modi, in loro connaturati, per nutrirsi.


In contro tendenza rispetto a quanto detto prima riguardo agli psichici, che vengono appunto disturbati da alcuni atteggiamenti degli animici, si ritrovano spesso coppie +/- composte da un animico e uno psichico!
Si tratta di una simbiosi che può rivelarsi anche vincente, e di grande utilità.
Lo psichico consente all'animico di vedere elementi ignoti, di spostarsi audacemente oltre le proprie possibilità, per affrontare sfide avvincenti.
L'animico restituisce consapevolezza del qui e ora e acume mentale allo psichico, aiutandolo a consolidare coscienza in esperienze che altrimenti rischierebbero di restare fantasmagoriche. Inoltre, l'animico è un buon educatore per gli psichici, se non vuole assurgere a "capo", ma resta ad un livello paritetico.





Quando uno psichico attua una simbiosi con un vampiro (per sbaglio, ma può capitare anche incidentalmente in un rapporto padre-figlio, ecc.), lo psichico si "divide in due", sviluppando tendenze bipolari nel comportamento e nella forma-mentis.
Una parte è la parte vampiro, razionale, legata a doppio filo all'apparenza e alla personalità. Ambiziosa e piena di voglie eccessive da soddisfare, e parimenti piena di timori e preoccupazioni.
Una seconda parte dello psichico spaccato è la parte intuitiva, emozionale, divina.
Significa che oscillerà frequentemente tra la bieca razionalità del profitto tipica dei vampiri, e la più insensata mancanza di controllo e coscienza responsabile (la "vispa Teresa"). In questo modo, il "bambino" intuitivo e sognante (la parte divina) viene preservato, ma non matura.
E' come proteggere un bambino chiudendolo in una stanza e mettendolo davanti ad un televisore che gli mostra "il mondo esterno", ma filtrato dalla mente razionale del vampiro.
Mentre il bambino si rincoglionisce davanti alla tv, viene delegato ad un "adulto virtuale" (la parte razionale, la parte della psiche educata ad interagire nel modo dei vampiri) il compito di decidere della propria vita, e di giudicare i relativi progressi.
Questo è il comportamento dello psichico spaccato, che potremmo anche definire "falso vampiro", o "psichico mancato".

Non è una simbiosi utile. Rende gli psichici pazzi, o apatici, oppure giunge ad atrofizzare la parte intuitiva.


L'unione tra due animici è molto burrascosa, difficile da gestire, ma se si rivelassero animici evoluti potrebbero aiutarsi a vicenda in modo molto produttivo e soddisfacente.

L'unione tra un animico e un vampiro è molto rara, e di solito nasconde una strategia da parte di uno dei due ("secondo fine"), o è la conseguenza di obblighi sociali o... riproduttivi.


Nota: Credo inoltre che possano esservi situazioni tali da far modificare una persona, ad esempio da psichico ad animico, o viceversa, o diventare un vampiro...
Viceversa non credo, per una presunta monodirezionalità nell'espansione evolutiva dell'universo, che un vampiro possa diventare un animico o uno psichico. Sarebbe come pretendere di aggiustare una torta bruciata e non lievitata tritandola e reimpastandola con altro lievito...

L'animico tenta sin da piccolo di far crescere e maturare la parte "psichica", e per far questo sin da subito entra in conflitto con la parte razionale. Se prevale quest'ultima, il bambino animico può diventare psichico, e iniziare a dare segni di "stranezza" agli occhi degli altri, e anche ai propri (divenuti razionali). Ma questo di solito accade a chi ha genitori vampiri...

L'animico sacrifica però sia la soddisfazione di vivere come un vampiro, che quella di restare bambino in eterno.

L'animico col tempo impara a non fidarsi né delle visioni né della "ragione", in quanto è la porta verso una gestione razionale delle cose. Anche un "miracolo" o una "magia", spesso viene avvalorata, dentro di noi, da elementi razionali: "incredibile, non aveva nulla nella manica", oppure "alla sua sola presenza, mi sono sentito subito meglio". Eccetera.
Questo atteggiamento di "chiedere alla parte razionale se un miracolo è avvenuto o no", è tipico degli psichici bipolari, ma si sviluppa poco alla volta, partendo da piccoli.

Da notarsi che è molto raro trovare psichici NON bipolari. Solitamente, a meno di venir "preservati" dagli animici, gli psichici diventano bipolari, e spesso poi vampiri. A volte però, degli psichici solitari divengono spontaneamente ANCHE animici (tutta la mia ammirazione!).

Se vogliamo considerare gli animici come prevalentemente Yang, e gli psichici come prevalentemente Yin, allora un esempio di essere umano autorealizzato, è colui che realizza dentro di se un TAO dei due, anima/psiche.



Le tre tipologie di esseri umani hanno, e hanno avuto, il loro senso di esistere.
Non si può dire come muterà la cosa nel tempo. Non è importante.
Come non è importante dire chi è buono e chi è cattivo.
Tuttavia, se riusciamo ad astenerci dal fare una "classifica" mentale di chi è meglio e chi è peggio, è già un buon segno.

In ogni caso, quest'argomento non può essere affrontato esaustivamente in queste quattro righe, però come riassunto mi sembra bastare.



PS: secondo voi, quale delle tre tipologie non riuscirà ad evitare di creare una classifica? ;)
PS2: secondo voi, sono forme alternative di essere o... complementari? ;;)

mercoledì 11 gennaio 2012

ERPES: L'USTIONE RELAZIONALE

Non ne ho trovata menzione, però ricordo un guaritore, molti anni fa, che sosteneva che il calore erpetico si ferma negli orifizi specifici dove viene bloccato... o qualcosa del genere.

Quindi nel caso del labialis si tratta di emozioni non espresse oralmente, o comunque fisicamente attraverso i punti di contatto. E’ come se la pelle avesse l’ordine di “bloccare” una certo tipo di energia in uscita, energia espressiva, yang (fuoco)…

Tuttavia l’energia transita sempre da un polo al suo negativo, dallo yang allo yin.

Immagina: se tengo in mano il polo positivo + della corrente ad alta tensione, ma resto fluttuando nell’aria, non sento alcuna scossa… se però in qualunque punto del corpo, mi tocca un polo negativo – (come una piccola pianta che costituirebbe appunto la messa-a-terra…), IN QUEL PUNTO SI PRODUCE UN USTIONE DA FOLGORAZIONE.

Ciò si spiega, nel caso di incidenti con la corrente, con il fatto che quel punto viene attraversato da un intensità troppo alta in ragione DELLA SUA RESISTENZA ELETTRICA come conduttore.
Se infatti il corpo conduttore non opponesse resistenza (teoricamente, come un superconduttore) al passaggio della corrente, questo non si “surriscalderebbe”…

E’ solo una riflessione… ma seguendo la stessa logica:

L’Erpes rappresenterebbe un "ustione relazionale".
L’ustione sarebbe quindi prodotta dal concorso di tre fattori, entrambi direttamente proporzionali all’acutizzarsi della patologia:

1 – la quantità di energia in movimento, secondo la legge del minimo tra:
-    A)  Come energia potenziale + da parte del soggetto attivo (yang) esposto alla patologia
-    B)  Come energia potenziale – da parte di un soggetto passivo (yin)*

2 – il “livello” di resistenza (resistere al transito dell’energia yang) della pelle.*****
Da non confondersi con la “robustezza”. Infatti, le aree della pelle destinate a relazionarsi in maniere più intensa sono anche quelle più sensibili, ma per essere sensibili risultano delicate e vulnerabili.

I genitali e la bocca ad esempio sono aree cutanee sensibili, spiccatamente capaci di attivare energie emozionali, sensuali e sessuali molto intense.
Anche le mani costituiscono un area di relazione interpersonale sensibile e intensa, ma più grossolana, e meno “esposta” sul piano emozionale. Difatti la pelle delle mani, pur essendo splendidamente cosparsa di sensori tattili, è molto robusta.

L’ustione si verifica, esemplificativamente, quando un soggetto che HA QUALCOSA DA ESPRIMERE, incontra un altro soggetto che ACCETTA/RICHIEDE QUEL TIPO DI COSA.
La loro interazione fisica può avvenire in modo misurato, con transito di energia non eccessivo.
Può però anche avvenire in modo troppo precipitoso, come un “arco elettrico”, specialmente se la cosa da esprimere è stata trattenuta, volontariamente o meno, per del tempo, aumentandone la carica potenziale (fattore 1A).
E’ la sensazione che si prova a re-incontrare la persona amata dopo un forzoso distacco…

Si potrebbe pensare di concentrare la cura nel tentativo di rendere la pelle più resistente, ma oltre a risultare probabilmente fuori dalla reale portata delle scienza attuale (implica la considerazione delle energie sottili), un simile approccio potrebbe apparire superficiale e solo temporaneo, in quanto le "emergenze relazionali" probabilmente si riorganizzerebbero per superare qualunque sbarramento... in altre parole, ad esempio, nel caso di emozioni trattenute e represse, esse trovano sfogo quando si "buca" la pelle; ma se la pelle fosse più robusta, la "pressione" emotiva potrebbe raggiungere livelli più alti, superando la soglia della fiamma, per toccare quella dello scoppio.

La PRIMA CAUSA è pertanto da ricercarsi nella maniera di comunicare le nostre emozioni, troppo brusca e insicura.

Ma è anche possibile che la cosa da esprimere non venga mai “lasciata libera”. In tal caso, essendo che tale energia viene trattenuta proprio dalla pelle, vi è il rischio che il contatto ravvicinato con un elemento passivo-ricettivo “bruci” la parte che tratteneva l’energia, lacerandola ed esponendola ad un ustione erpetica.
La SECONDA CAUSA, probabilmente il 90% o più dei casi, è quindi reprimere le nostre emozioni.

E’ opportuno considerare separatamente queste cause, in quanto, sebbene simili, danno luogo a conseguenze differenti.

La prima causa è infatti correggibile con facilità, e da luogo a manifestazioni temporanee; ovvero tendenti col tempo a scomparire in quanto il corpo, ovvero la pelle, si adatta alle caratteristiche degli eventi relazionali.
Potrebbe certo ripresentarsi, ma solo a seguito di modificazioni rilevanti nell’intorno sociale del soggetto (cambiare fidanzata, cambiare lavoro e colleghi, un trauma emotivo, ecc.).




La seconda causa è invece tendente alla cronicità. La persona che si produce le ustioni non comunica, ma si limita a reprimere, alcuni moti relazionali yang, anche sul piano meramente verbale (cose-non-dette).
La pelle col tempo, o con l’abitudine ad incorporare elementi esterni, creme, eccetera, va verso uno stato di insensibilità, che si relaziona con la durezza. Va da se che poi, allorquando il soggetto desiderasse manifestare un emozione perché non rientra tra quelle “represse”, la pelle non possiede più le caratteristiche di elasticità richieste dalla legge della mimica relazionale; la pelle, secca e rigida, tende a spaccarsi.



Una terza causa secondaria, che ricorre in associazione ad entrambe le due principali, è ravvisabile nella tendenza al rimuginare, più frequente nei soggetti introversi.
Il rimuginare (chiacchiera mentale) produce infatti l'accumulo di energia. Credo addirittura che, in mancanza di "chiacchiera mentale", gli erpes labialis non si presenterebbero mai!***

Entrambe le cause sarebbero affrontabili, per una guarigione, se il soggetto comprendesse, per mezzo di autosservazione sincera, serena e imparziale, quali sono gli elementi che ha deciso di non esprimere, e a chi, o a quale tipologia di persone. Potrebbe trattarsi di una categoria: i genitori. Oppure: gli uomini. Oppure: i capi. Eccetera…

Il “perché” reprimiamo la manifestazione yang risulta invece, a mio avviso, un terzo elemento pericoloso da considerare…

Infatti l’individuazione degli elementi che blocchiamo, e delle “persone vietate”, è da sé sufficiente ad isolare gli elementi psicologici che causano la maldestra azione repressiva (traumi, impressioni negative, rancori, ecc.).
La loro comprensione, eliminazione, trans-valorizzazione o scioglimento, è la cura.

Indugiare mentalmente sulle motivazioni della repressione (il “perché”, appunto), ci porrebbe in identificazione con i traumi o le impressioni negative, impedendoci cosi di averne una visione chiara e di eliminarli, al contrario: per esempio, ricordarsi del perché siamo arrabbiati con una persona, rafforza il rancore nei suoi confronti, e ci aumenta il potenziale da reprimere (fattore 1A in principio elencato).


L'autosservazione richiede infatti la creazione di un "testimone" interiore imparziale; non partecipe, pertanto, al duellare di "giusto" o "sbagliato", di "buono" o "cattivo"...
In quanto meri testimoni, non possiamo farci coinvolgere dalle chiacchiere!

Quindi, per quanto ci sembri “giusto” e “giustificabile” il reprimere delle forme espressive nei confronti di una persona o di una tipologia di persone**, se vogliamo cessare di essere “quelli con la febbre”, dobbiamo deciderci ad essere sinceri e diretti, con noi stessi ed estensivamente con gli altri**.
Secondariamente, dobbiamo imparare ad autosservarci e ridurre la tendenza alla cogitazione ossessiva introversa.

...oppure possiamo chiuderci in casa, perché che ogni contatto (anche visivo****) potrebbe procurarci un ustione!



*ritengo che il soggetto passivo non sia effettivamente esposto al problema dell’ustione relazionale.
** il discorso, seppur complicandosi, ritengo si applicabile non solo alle persone, ma a qualunque “cosa” possa relazionarsi con noi.
*** l'assenza di chiacchiera o dialogo interno è descritto in molte tradizioni esoteriche come uno stato di Realizzazione, di assenza di meccanicità psicologica (ego).
**** il contatto visivo scatena la creazione di scenari nel campo immaginativo, scenari di contatto fisico virtuale nei quali, specialmente un introverso, potrebbe sperimentare dei coinvolgimenti con conseguenze quasi pari ad i contatti fisici reali.
***** nota aggiunta il 12/01/2012: qualunque terapia basata sull'assunzione di sostanze, come medicinali, erbe, o diete particolari, funziona intervenendo sui due fattori primari. Tuttavia, l'ottenimento di risultati rapidi ed evidenti potrebbe essere il segno che il rimedio in corso sta agendo più sul medium (la pelle) che non sul magma energetico sottostante. Risultano certamente utili, per una terapia più profonda, quei rimedi che agiscono direttamente (fiori di bach, fitoterapia intuitiva, meditazione, aromaterapia, cromoterapia, visualizzazione creativa, ecc.) o indirettamente (alimentazione a base vegetale, controllo acidi/basi, diete iposodiche, rilassamento e respirazione cosciente, ecc.).

martedì 10 gennaio 2012

UNA STORIA ROMANTICA

Un racconto immaginario, in tempi di carestia…

"la gente è in giro per le città senza cibo, confusa, spaventata e sospettosa, ma a volte aperta e umana. Il governo manda militari a distribuire cibo e medicinali. Molti dicono che nel cibo sono state inserite droghe per rendere le persone docili, così da evitare tumulti. Vengono invitate le persone a DARE la loro disponibilità ad operazioni sociali, che dovranno essere eseguite senza fare domande. In cambio, i collaboratori saranno tenuti in evidenza e potranno anche essere usati per distribuire cibo e MEDICINE.

Queste in particolare sono somministrate con molta parsimonia, perché scarseggiano. Si vocifera che le grandi scorte siano tutte state requisite dai potenti.

Le persone sono quindi spinte all’obbedienza ed alla remissività dalla paura, paura del dolore e della fame, paura della malattia…







Passeggio con la mia compagna. Siamo uniti, siamo fratelli. Siamo d’accordo sul fatto che dobbiamo creare un nuovo mondo, e che quello vecchio è stato guastato proprio da quel tipo di persone che ora ci propone cibo e medicine. Il sentimento che ci unisce è stato inventato apposta per noi, e per un nuovo mondo. E' una specie di prototipo, un esperimento d'amore...

Camminiamo per un largo incrocio, oramai privo di autoveicoli per l’assenza di carburanti; solo qualche veicolo militare diesel alimentato con olii vegetali di scarto…
Vediamo, una qua, una la, persone dirigersi verso un portone; da questo, si accede a un cortile interno. Il cortile ha due uscite. Vediamo al portone successivo un blindato dell’esercito.

La gente dice che distribuiscono cibo, cercano collaboratori!... Sentendo queste cose, si percepisce una crescente eccitazione generale. Le persone che si stanno avvicinando, automaticamente aumentano il passo.
Già si inizia a vedere il principio di un affollamento di fronte al portone.

Anche la mia persona, e la mia compagna, siamo contagiati da questo moto di frenesia, e siamo attirati vicino al portone; restiamo a una cinquantina di metri, con una sensazione di pericolo, mista ad una di salvezza dalle nostre paure, fortemente attrattiva: “La qualcuno ci aiuterà”… sembra dirci una vocina, “ma forse è già tardi, forse prendono solo poche persone… ma io sono speciale, posso propormi per tante cose!... ma la gente si sta avvicinando velocemente; certo, loro sono più in gamba, mica stanno qui a pensarci troppo… un occasione così non capita spesso, trovarsi proprio davanti ad un punto di contatto dei gruppi umanitari!...” così la mia compagna mi guarda, i suoi occhi sono grandi, fissi, preoccupati; le si leggono dentro le parole che echeggiano anche nella mia mente, ma lei ne è preda.
I suoi occhi mi supplicano muti di approvarla, perché sta per cedere alla debolezza. Non mi chiede di andare assieme nel portone; lo sa che non verrei. Anche i miei occhi le parlano chiaramente. Mi chiede di perdonarla… lascia la mia mano… !

Neppure il tempo di un abbraccio... si precipita dentro la folla, che blocca il portone… ora è tutt’uno con la massa, lei grida per reclamare attenzione dai soldati, ma lo fanno tutti… l’ho perduta.
L’ho perduta... o lo è sempre stata, perduta?

La sua corruttibilità era latente; serviva solo aumentare il disagio, e prospettare con precisione il salvifico premio...

Forse siamo tutti così.
Forse no. Certo ora… con solo mezzo cuore.
Sarà una battaglia onorevole, e che le mie carni bruciando nutrano i germi di una nuova cristallina umanità."

lunedì 9 gennaio 2012

I 5 PRINCIPALI RIMPIANTI DI CHI MUORE

"Alcune decisioni sono più difficili di altre perché ci mettono di fronte alla domanda: ma io che vita voglio vivere? E allora ci chiediamo: esiste una risorsa che può guidarmi in questa scelta? Come posso essere sicuro di andare nella direzione migliore per me, di non seguire false ambizioni o desideri indotti, e poi alla fine di non avere rimpianti? Come?
Secondo me, in effetti un modo c’è.
Pensaci, davanti a quale pensiero è proprio inevitabile essere sinceri con se stessi, smettere di raccontarsela e prendere in mano la propria vita? Ebbene, proprio così: l’idea che non vivremo per sempre.
Oggi voglio condividere con te uno degli articoli più toccanti e utili che ho letto negli ultimi tempi, anche se parla di un argomento che per molti è un tabù (di sicuro non per i lettori di questo blog). Lo ha scritto Bronnie Ware, una professionista delle cure palliative. Bronnie ha lavorato a contatto con innumerevoli malati terminali, assistendoli fino alla fine. Questi pazienti sono pienamente coscienti di vivere i loro ultimi giorni su questa terra. Bronnie parla con loro di tante cose, compresi eventuali rimpianti o scelte diverse che avrebbero voluto compiere nella vita. L’aspetto più sorprendente di queste conversazioni è che alcune risposte ricorrono con straordinaria regolarità. Tanto che Bronnie ci ha pensato e poi ha scritto un libro che si intitola: “The top five regrets of the dying” (i cinque rimpianti principali di chi muore). Credo che possano insegnarci molto. Eccoli qui di seguito:
 


1. Vorrei avere avuto il coraggio di vivere la mia vita, non quella che gli altri si aspettavano da me.
Questo è il rimpianto più comune. Quando le persone realizzano che la loro vita sta finendo, allora vedono quanti desideri sono rimasti nel cassetto. Alcuni non ne hanno tirati fuori nemmeno la metà e devono andarsene sapendo che ciò è dovuto alle scelte che hanno fatto o non fatto. È molto importante cercare di onorare almeno alcuni dei tuoi sogni lungo la strada. Se perdi la salute, è troppo tardi! Essere in salute significa essere liberi di agire, di cambiare strada, di decidere. Finché abbiamo la salute, siamo liberi!


 

2. Vorrei non avere lavorato così tanto.
Questo è un rimpianto tipico soprattutto dei pazienti maschi. Hanno perso l’infanzia dei loro figli e la compagnia della loro amata. Semplificando il loro stile di vita e prendendo decisioni consapevoli lungo il percorso,avrebbero potuto guadagnare un po’ meno e creare più spazio nella vita per opportunità diverse.






 


3. Vorrei avere avuto il coraggio di esprimere i miei sentimenti.
Un sacco di gente sopprime i propri sentimenti per evitare conflitti, incomprensioni… per mantenere la pace con gli altri. Molti hanno sviluppato malattie legate all’amarezza e al risentimento che hanno macerato negli anni. Come risultato si sono adagiati in una vita mediocre, senza mai diventare chi avrebbero potuto essere.
Non possiamo controllare le reazioni degli altri. Comunque, anche se all’inizio gli altri reagiscono male quando cominciamo a esprimere apertamente i nostri sentimenti, dopo un po’ i risultati possono essere due: o il rapporto sale di qualità o finisce. In entrambi i casi, tu ci guadagni.




4. Vorrei avere ancora i miei amici.
Spesso le persone che assisto non comprendono che alla fine quanto contino i vecchi amici, ma non sempre è possibile rintracciarli. Tutti sentono la mancanza degli amici quando stanno morendo.
Di fronte alla morte le piccolezze della vita svaniscono. Le persone vogliono mettere ordine nelle loro questioni economiche, se possono, ma non per i soldi o lo status in sé. Vogliono che tutto sia a posto per coloro che amano. Di solito, però, sono troppo malati e stanchi per occuparsi di queste faccende. Alla fine, tutto si riduce all’amore e alle relazioni. È tutto ciò che resta nelle ultime settimane, amore e relazioni.


5. Vorrei essermi concesso di essere più felice.
Questo è un rimpianto sorprendentemente comune.
Molti non capiscono che la felicità è una scelta finché è troppo tardi.
Sono rimasti bloccati in vecchi schemi e abitudini. Il cosiddetto “comfort” ha prevalso sulle loro emozioni e sulle loro vite. La paura di cambiare li ha portati a fingere con gli altri e se stessi di essere soddisfatti.
Ma poi, alla fine, vorrebbero di nuovo ridere di cuore e vivere altri momenti di leggerezza.
Quando sei su un letto di morte, ciò che gli altri pensano di te è lontanissimo dalla tua mente.Quanto è meraviglioso essere capaci di lasciare andare e tornare a sorridere, prima, molto prima di essere in procinto di morire.


Come vivi è una scelta. È la TUA vita. Scegli coscientemente, scegli saggiamente, scegli sinceramente. Scegli la felicità.”


F. Troisi
cita: Bronnie: “The top five regrets of the dying” (i cinque rimpianti principali di chi muore)